Category Archives: Pagelle/Recensioni musicali

MDNA di Madonna: ecco la recensione/pagella di Spetteguless

Il DNA di un’artista che in 30 anni di carriera non ha quasi mai sbagliato un colpo, cavalcando le praterie del pop con piglio da indiscussa Regina. Minacciata da new entry come Rihanna e Lady Gaga, Madonna con questo dodicesimo album era chiamata ad uno scatto di orgoglio, urlando così al mondo ciò che per decenni praticamente chiunque ha dato  per scontato. Ovvero che nessuno è in grado di batterla.
Toppato Hard Candy, Madge aveva la necessità di tornare sul mercato con ritrovata e rinnovata forza. Il pompato MDNA, anticipato da un’infinità di snippet e da una promozione live pari praticamente allo zero assoluto, Super Bowl escluso, ha avuto il compito di riuscire nell’impresa, con una stuola di produttori a supporto tanto diversi quanto curiosi (William Orbit, Demolition Crew, Martin Solveig, B. Benassi). Perché nel DNA di un’artista come Madonna c’è oggettivamente di tutto. E ad urlarlo è un’intera carriera, la sua, capace di spaziare nei generi più disparati, passando dai tormentoni discotecari alle ballad più struggenti, qui straordinariamente e sapientemente ‘unite’ sotto un unico disco.  Un disco solare, potente, allegro, produttivamente parlando imponente, coraggioso, intimo nella scrittura e variegato nei suoni, con venature elettroniche misto dance che in più occasioni si aprono ad arrangiamenti orchestrali di primissimo livello. Ascoltato in tutta la sua interezza, e non attraverso quelle stra-maledette snippet che ne hanno in qualche modo ‘avvelenato’ l’ascolto, MDNA prende una strada ben precisa, quasi ‘storiografica’. Perché in MDNA c’è tutta la Madonna che abbiamo più o meno amato negli ultimi 30 anni. Quella banalmente pop, orecchiabile e poco più, quella straordinariamente pop, fatta di pezzi tormentoni che ancora oggi, a decenni dalla loro uscita, fanno crollare le discoteche, e quella d’autore, ancora una volta firmata William Orbit. Quasi ‘costretta’ a dover rispondere al nuovo che avanza, che va dal boom dei social network all’esplosione della musica digitale, Madonna ha provato l’impresa impossibile, ovvero riunire tutte le proprie ‘anime’ musicali all’interno di un unico disco, strizzando l’occhio a quelle popstar che negli ultimi anni hanno approfittato della sua lunga assenza per dominare le chart di vendita. Cosa ne è uscito fuori? Un disco in parte sorprendente, eccessivamente variegato e vocalmente ritoccato, estremamente ambizioso, tutt’altro che perfetto ma in perenne crescita, ascolto dopo ascolto. Un disco che non fa gridare al capolavoro ma che cancella con un secco colpo di mano l’Hard Candy Era di 4 anni fa, ridando fiato ad un’artista che dopo 30 anni di incontrastato dominio pop è ancora qui, fiera e in magnifica forma, a gridare ‘SUKA‘ a chiunque osi ‘attaccarla’, provando a detronizzarla.

- Girl Gone Wild – una preghiera per iniziare. Per poi lasciarsi andare, da subito, ad una cascata di suoni discotecari, richiamando quel Confessions che 7 anni fa conquistò il mondo. La mano di Benassi c’è e si sente. Celebration 2.0, l’hanno definita in molti, eppure questa GGW colpisce per quello che è. Pura dance madonnara. Si inizia pregando, si prosegue ballando, si finisce sudando. Voto: 7

- Gang Bang – caricatori che mixano, pallottole che battono, e una voce suadente, quasi sussurrata, per non dire minacciosa, che si fa strada, in un tripudio di elettronica che rasenta la perfezione. Gang Bang è il capolavoro ‘dance’ di MDNA. Probabilmente irrealizzabile se non ci fosse stato Born This Way, se la ‘rivale’ Gaga non avesse ‘introdotto’ in larga scala la techno nel mondo del pop, fondendo i generi in uno splendido tutt’uno. Bazzecole, a posteriori, per una traccia quasi diabolica che definire perfetta è dire poco. E’ il nuovo pop che avanza, la sua inevitabile evoluzione. Ed è splendida. Voto: 9

- I’m Addicted – Benvenuti nel “Mondo Benassi”. Trascinante, coinvolgente, ossessiva, I’m Addicted dimostra ancora una volta quanto Madonna voglia farci ballare, divertire, fino allo sfinimento. Finale straordinario, sotto una cascata di suoni, per una traccia che farebbe la fortuna di qualsiasi popparola su piazza. Voto: 8,5

- Turn Up The Radio – Ancora Solveig, ancora dance, ma meno dura rispetto alle due precedenti tracce, perché più dolce e ‘classica’ ma non per questo meno riuscita. Anzi. Perché Turn Up The Radio è una droga. Metanfetamina pop pura che ti entra nelle vene, grazie ad un ritornello sinceramente impeccabile, per quanto folgorante. Voto: 8,5

- Give Me All Your Luvin – il singolo sbagliato, la traccia che non sarebbe mai dovuta comparire neanche nella versione Deluxe. Il mistero MDNA, lanciato con quest’obbrobrio di canzone, immeritatamente diventato singolo. La Madonna più stupida di sempre. Subito dimenticata, ma comunque ingiustificabile. Voto: 2

- Some Girls – l’Orbit che non ti aspetti. Piatta, un po’ santa e un po’ puttana, inconcludente, purtroppo deludente. Voto: 5

- Superstar – la seconda Madonna più stupida di sempre, dopo la Give Me All Your Luvin qui sopra citata. Orecchiabile? Sicuramente sì, ma quel ‘Uh La La’ grida vendetta. Troppo idiota per poter superare la ‘prova Madge’. Certe minchiate lasciamole alle sgallettate di ultima generazione, please. Voto: 4

- I Don’t Give A (feat- Nicki Minaj) – un genere distante anni luce dai gusti del sottoscritto. A questo aggiungeteci la presenza di Nicki Minaj, ‘cantante’ che il qui presente non riesce proprio ad amare, ed il gioco sembrerebbe fatto. Eppure  I Don’t Give A colpisce, soprattutto nel suo ritornello finalmente ‘cantato’, dopo l’infinita ed insostenibile parte rappata. Nel suo insieme un piccolo raggio colorato nell’infinito arcobaleno musicale chiamato MDNA. Accettabile. Voto: 6 – -

- I’m a Sinner - Beatiful Stranger 2.0, 13 anni dopo l’originale. Un po’ tanto ‘anni sessanta’, tanto, troppo ripetitiva, fottutamente ‘Austin Powers’, fresca, allegra, e senza troppo pretese, fino all’inattesa svolta finale. 40 secondi di ‘sola’ musica che la rendono ancor più gradevole. Voto: 7 + +

- Love Spent - Superati gli spiazzanti secondi iniziali, Love Spent prosegue nella sua folle corsa musicale. Perché quel genio di William Orbit si diverte a costruire e ribaltare il pezzo a proprio piacimento, facendogli prendere almeno 4 strade differenti. Più che una semplice traccia un ‘megamix’ in meno di 4 minuti, semplicemente assurdo e per questo straordinario. Una folgorazione di canzone. Maledettamente bella. Voto: 9

- Masterpiece - la Madonna ‘lenta’ che ha fatto innamorare milioni di coppie. La Madonna che ha vinto un Golden Globe e che avrebbe vinto persino un Oscar, se non fosse scivolata su un cavillo burocratico targato Academy. La Madonna che è impossibile non amare. La Madonna che tutti vorremmo ascoltare con maggiore frequenza. Soprattutto se accompagnata da pezzi simili. Anche se forzatamente inserita all’interno dell’album, con cui c’entra come i cavoli a merenda, W Masterpiece.  Voto: 8+

- Falling Free - la traccia di chiusura. La ‘solita’ traccia di chiusura firmata Madonna. La traccia che ci accompagna per mano dopo 45/50 minuti di ottima musica, spesso battente, la traccia che ti culla, grazie ai suoni ‘eterei’ di Orbit e alla voce ‘dolce’ di Madge. Violini, piano e ancora violini, per volare alto, altissimo, come non capitava da tempo con sua Maestà. Falling Free è magia allo stato puro. Voto: 9+

TRACCE EXTRA VERSIONE DELUXE:

– Beautiful Killer – son tornati gli anni 80? In parte, perché Beautiful Kinner a quei suoni sembra rifarsi. Firmata Martin Solveig, la traccia si perde paradossalmente proprio nel ritornello. Cresce, cresce, tra una strofa e l’altra, grazie anche ad una sontuosa base, per poi precipitare con l’arrivo del ritornello, forzatamente orecchiabile e ripetitivo. E non ci piace. Voto: 5,5

- I Fucked Up: di difficile lettura. Inizialmente scialba, prende quota con gli ascolti. Nulla di eccezionale, ma dal testo importante. Incazzata, Madonna sussurra, ripetitivamente, per poi cambiare ritmo e riprendere l’apparente lenta strada iniziale. Da me riveduta e corretta. Voto: 7 – -

- B-Day Song: la traccia sorpresa. Inizialmente prevista tra le 12 ‘principali’ dell’edizione standard, B-Day Song è stata ingiustamente retrocessa per un dito medio di troppo. Quello di MIA durante il Super Bowl. Per cazziare la ragazzina Madonna ha spostato la sua seconda collaborazione nella Deluxe Edition, immeritatamente. Perché B-Day Song è l’ovvia evoluzione di I’m a Sinner. Fresca, solare, anni 60, da tubini color pastello ed acconciature cotonate. Semplicemente adorabile. Voto: 7,5

- Best Friend: ancora Demolition Crew, ancora Benassi Bros., per una traccia povera, riempitiva, e probabilmente evitabile. Soprattutto in chiusura di album. Voto: 5

Voto finale complessivo: 7,5

P.S. e il paragone con Lady Gaga? Inutile, ingiustificato, stupido. Born This Way è stato ed è tutt’ora un O-T-T-I-M-O album, immeritatamente andato incontro ad una ‘rilettura’ critica negli ultimi mesi. Prima da tutti incensato, poi da troppi inspiegabilmente scaricato. Parliamo di due album diversi, di due artiste diverse, di due mondi diversi. Che possono convivere. Senza insostenibili guerre fratricide. Perché ogni album fa storia a sé. Da sempre. MDNA è superiore ad Hard Candy, ed inferiore al Confessions, per rimanere agli ultimi lavori firmati Madonna. Il resto, con Gaga, Rihanna, Britney e chiunque altro tirato a forza nel dibattito, è puro cicaleccio. Che non è rock e non è pop, ma solo tanto noioso.

Born To Die di Lana Del Rey: è nata una cazzo di stella – pagella e recensione

E’ il 16 luglio del 2011 quando scopro Video Games di Lana Del Rey.
Allora nessuno o quasi sapeva chi diavolo fosse. Sottoscritto in primis.
Via Twitter, e grazie a Luca F., mi imbatto nel video della canzone, che immediatamente vi feci conoscere.
MI SONO INNAMORATO DI LANA DEL REY, scrivevo allora.
Oggi, passati sei mesi, quella sconosciuta labbrona è diventata a detta di tutti la più che probabile sorpresa musicale del 2012.
Pompata come un ossesso dalle riviste di settore, e ingaggiata dalla Interscope di Lady Gaga, Lana si è ritrovata in 100 giorni circa nel cuore di un circo mediatico dalle proporzioni forse inimmaginabili. Settimana dopo settimana il suo nome si è fatto strada sui social network. Dimenticata la ‘prima’ carriera musicale, che la vide debuttare con il proprio nome per poi fallire miseramente con un album sconosciuto il mondo, Lana si è rifatta un’immagine, più indie e ricercata, cambiando nome e soprattutto produttori. Ciò che ne è uscito fuori è un prodotto unico nel suo genere, che può piacere o non piacere, ma indubbiamente ricco di potenzialità e soprattutto smaccata personalità.
Born To Die (già in Top10 France) è un album lungo, forse troppo, ricco, tutt’altro che triste o lagnoso, orientato su binari musicali precisi, dal punto di vista prettamente strumentale ricercato e straordinariamente affascinante, con la voce profonda e spesso imperfetta di Lana a chiudere l’incredibile cerchio. Dimenticata la musica sintetizzata che negli ultimi anni ci ha letteralmente rincoglionito l’apparato uditivo, Born to Die ci riporta a stretto contatto con quegli strumenti musicali troppo spesso abbandonati, trasformando la Del Rey in un ibrido musicale. Perché non è pop, non è rock, non è ‘indie’, non è Nancy Sinatra ma neanche Britney Spears, cantanti così differenti eppure da lei entrambe seguite con passione.
Alle ‘già conosciute’ Video Games, Blue Jeans, Off To The Races, National Anthem e Born to Die, si affiancano infatti una serie di tracce dall’innegabile bellezza. Perché un solo  ascolto è bastato a far brillare l’intera opera, riuscita nella non facile impresa di arrivare ‘dritta’ al punto.
Parlo della straordinaria Summertime Sadness, della conturbante Dark Paradise, della radiofonica National Anthem, della ‘ballad’ Million Dollar Man, dell’affascinante ed incalzante Carmen, della ‘cantata’ Radio, della sublime Whitout You, dell’immensa Lucky One, per un “debutto” che puzza di perfezione. Perché trovare tanta qualità tutta insieme era forse impensabile, per non dire difficile anche solo da immaginare, eppure Lana e la Interscope ce l’hanno fatta.  Nessuno sa se il 2012 sarà davvero l’anno della Del Rey, incredibilmente accusata di essere ‘finta’ e costruita ad arte (come se fosse la prima e/o l’unica nel siliconato mondo della musica), ma certo è che Born to Die è un album magnifico. E questo è quanto.

1. Born To Die – voto 8,5
2. Off To The Races – voto 7
3. Blue Jeans - voto 7,5
4. Video Games – voto 9
5. Diet Mountain Dew - voto 6,5
6. National Anthem – voto 7
7. Dark Paradise - voto 8,5
8. Radio – voto 7+
9. Carmen – voto 7′+
10. Million Dollar Man – voto 8
11. Summertime Sadness – voto 8,5
12. This Is What Makes Us Girls – voto 7
13. Whithout You – voto 7,5
14. Lolita – voto 5,5
15. Lucky One – voto 9,5

L’amore è una cosa semplice: ecco la pagella/recensione di Spetteguless

3 anni di silenzio, un’autobiografia, il clamoroso coming out, e ora l’atteso ritorno. Doveva essere l’album della ‘rinascita’ per Tiziano Ferro. Quello della maturità, della sessualità compresa ed accettata, del dolore finalmente messo da parte, l’album della felicità, della nuova vita che da oltre un anno ha ormai iniziato a cavalcare, della voce andata incontro ad un clamoroso cambiamento, con un evidente abbassamento, l’album forse più intimo e personale, perché finalmente privo di qualsiasi possibile restrizione. Perché dopo aver indossato per anni un’ingombrante e fastidiosa maschera, Tiziano ha deciso di mostrarsi al mondo per quello che è. Partendo proprio da questi presupposti è nato lui, L’amore è una cosa semplice, quinto album di un talentuoso ragazzo (32 anni a febbraio) chiamato a confermarsi. Stupendo. Perché L’Amore è una cosa Semplice è quanto di più spiazzante ci si potesse aspettare da Tiziano. Perché ‘diverso’ dal suo solito repertorio, con tanto di collaborazioni di peso, da John Legend a Irene Grandi, e sempre più ‘pausiniano’ nella sua insostenibile pesantezza, vocale, di scrittura e musicale. 14, tanti, maledettamente troppi, i pezzi, per un album che doveva teoricamente regalarci un Ferro ‘risorto’, finalmente felice e sereno. Doveva, per l’appunto, perché il ‘presunto’ Tiziano gioioso e resuscitato ha purtroppo continuato a percorrere quella strada suicidio/depressiva intrapresa 3 anni fa con Alla mia Età. Dando così vita al suo album probabilmente più ‘coraggioso’ e variegato, ma MENO convincente.

- Hai delle isole negli occhi: Giorgia. Una canzone simile poteva tranquillamente uscire dalle corde di Giorgia, per un Ferro blues, che convince. Ma senza strafare. Voto: 6+

- L’amore è una cosa semplice: testo strappalacrime, voce potente, orchestra strabordante, ritornello praticamente inesistente, per un pippone di 4 minuti dalla pesantezza infinita. L’amore è una cosa semplice, questo è innegabile, e a tutti noi fa piacere che Ferro l’abbia finalmente capito, ma cazzo, figlio mio. Potevi dimostrarlo in maniera anche ‘leggermente’ differente. Qui siamo al limite della pera musicale. Voto: 6,5

- La differenza tra me e te: il singolo di lancio. Martellante, talmente radiofonico dall’essere il brano più trasmesso dalle radio italiche da un mese a questa parte. Vincente, da cantare a squarciagola, e singolo a dir poco perfetto. Voto: 7+

- La fine: Patty Pravo? No, Ferro, che sussurra, quasi con timore, e con lui, Nesli, fratello minore di Fabri Fibra, a scrivergli il testo. Splendido e musicato dallo stesso Tizianuccio, teoricamente rinato e finalmente ‘felice’, ma non nei suoni, così come nella melodia, particolarmente coinvolgente, grazie ad un piano che conquista e ad un brano che stupisce. Voto: 8 -

- Smeraldo: Ritmo e orecchiabilità, con tanto di insostenibili “oooooooh”, “eeeeeeeh”. Tiziano ha finalmente spalancato il portone dei singoli ‘sicuri’, grazie a questa Smeraldo che nel suo ritornello è un trionfo di ripetitività. Niente di eccezionale, per un brano confezionato pensando ad un unico obiettivo. Vendere. E venderà. Voto: 6,5

- Interludio:10.000 scuse - Il ‘vecchio’ Tiziano. Uno scarto di 111 Centoundici, album del 2003. Questo sembra questa Interludio:10.000 scuse, canzone tanto riempitiva quanto evitabile. Per non dire fastidiosa. Voto: 4

- L’ultima notte al mondo: piano e ricordi d’amore. Per una canzone che è un trionfo di sfacciato sentimentalismo, melodico e ritmato, tra sorrisi, fiocchi di neve, e una mattonata sulle palle. Voto: 6,5 P.S. cresce. Mattonata o no, cresce. E’ la ballad ‘alla Ferro’. Perfetta. Voto: 8

- Paura non ho: scritto e musicato da Irene Grandi, questo 8° pezzo vola, da subito. Perché quel “cantando, se ne vaaaaaa” ci massacrerà i timpani per mesi e mesi. Anche se ripetuto fino all’eccesso, tanto da arrivare al limite della sopportazione, finisce per ossessionarti, costringendoti a canticchiarlo senza che tu neanche te ne accorga. Voto 6+

- TVM: stupefacente. Il Ferro che sorprende, ed ammalia. Il Tiziano tra i più belli dell’album, da ballare corpo a corpo con il tuo amore al chiaro di luna, in una balera impazzita, con Milly Carlucci in un angolo e miliardi di lustrini volanti. Voto: 8+

- Troppo buono: “la metà di una bugia non fa la verità”, canta Tiziano, per anni costretto ‘a mentire’ a se’ stesso, per poi aprirsi, finalmente, con un album purtroppo sempre più orientato verso un’unica direzione, ovvero Suicidiolandia. Sembrava impossibile ripetere la ‘pesantezza’ di Alla mia età, ma con L’amore è una cosa semplice Ferro ha quasi pareggiato i conti. Voto: 6

- Quiero vivir con vos: e alla fine arrivò la canzone ‘swing’. Che fine ha fatto il Ferro degli esordi, quello r’n & b? Sparito, dimenticato, perché cresciuto e maturato. In meglio o in peggio? Questo è da vedere. Certo è che una traccia simile potevamo aspettarcela da Gualazzi. E invece. Voto: 6,5

- …ma so proteggerti: datemi una corda. E una lametta. Voto: 5

- Per dirti ciao! – Chi è? E’? Ah sì. Bentornati tra noi, perché Tiziano je l’ha fatta, ridando fiato ad un album che stava prendendo la strada verso Soporiferolandia, per partorire una canzone ‘alla Venditti’, con cui dice ‘ciao!’. A cosa? Ai singoli capolavoro del passato. Voto: 6,5

- Karma: già sentita? Avoja. Ma il Ferro ‘inglese’ spigne, e neanche poco. E se alla sua voce ci aggiungiamo un ‘certo’ John Legend il gioco è fatto. Ed è un signor gioco, perché questa Karma conclude discretamente un album inspiegabilmente ‘pesante’, maledettamente lungo e solo a tratti convincente. Ed è un peccato. Voto: 6,5

Voto complessivo album: 7 – -

Talk That Talk di Rihanna: la pagella/recensione di Spetteguless

Registrato non si sa quando, annunciato improvvisamente, dopo il boom di Loud, per un lancio tanto inatteso quanto rischioso. Perché se battere il ferro finché caldo è da un certo punto di vista ‘doveroso’, esagerare con i colpi significa rischiare  di mandare in frantumi tanto il martello quanto l’incudine. Se non fosse che dietro Rihanna ci sia un team di produttori con i controcazzi, riuscito in pochi anni a trasformare una bella gnocca dalla voce tutt’altro che esaltante in una delle popparole più vendute e paparazzate del mondo. Perché zitta zitta, tra un’esplosiva Gaga, una Britney pseudo rinata, una Perry ripulita e corretta, una Beyonce gravida e un’Aguilera mina vagante, Rihanna è riuscita nell’impresa di farsi strada, facendo probabilmente suo quel ricercatissimo scettro pop, ancora vagante in attesa che sua Maestà Madonna torni in pista una volta per tutte. Da sei mesi a questa parte, qualsiasi cosa faccia Rihanna riesce comunque a finire su tutti i siti di gossip, internazionali e nazionali. Sfornando singoli a ripetizione ha letteralmente saturato le radio, con video partoriti alla velocità della luce e chart sbancate. Non vende dischi, si diceva un tempo. Sbagliato, perché Loud ha venduto e non poco. Con questo Talk That Talk, sesto album in sei anni, il rischio era elevatissimo. E invece la scucchiona ha dato vita ad un album tanto ‘breve’ quanto concentrato e ricco di ipotetiche hits. Qui da me ‘pagellate’ e commentate:

- You Da One: il secondo singolo dell’album. A sorpresa. Perché nell’album c’è molto, ma molto di meglio. Vero è che con più ascolti cresce, soprattutto grazie ad un ritornello che ti trapana il cervello. Ma nel suo complesso ‘stanca’, perché frenata da un ritmo che sembra sempre essere sul punto di decollare, per poi ancorarsi a terra. Peccato. Voto: 5

- Where Have You Been: la Rihanna che non ti aspetti. Quella a tratti elettronica. Ed è una delle migliori Rihanna ‘dance’ di sempre. Anzi no, possiamo sbilanciarci. E’ la MIGLIORE Rihanna dance di sempre. Where Have You Been è la perfezione discotecara fatta canzone, con passaggi dal truzzo commerciale andante ad impensabili svolte techno, straordinariamente miscelate, tanto da regalare un insieme impeccabile. Singolo sicuro. Anzi no, tormentone sicuro. Voto: 9 -

- We Found Love: il singolo di lancio. La bomba firmata Calvin Harris. La traccia perfetta per lanciarsi ancora una volta nel ricco e saturo mercato dance, facendo centro. Da amare. E soprattutto ballare, fino allo sfinimento. Voto: 8,5

- Talk That Talk: il solito ooooooooh, oooooooh, ooooooh, ormai suo marchio di fabbrica, per una traccia da dividere con Jay-Z, reso finalmente sopportabile da una base a dir poco micidiale, nel trasformare il tutto in un concentrato esplosivo di sculettamento ritmato, mai troppo eccessivo e per questo assolutamente promosso. Voto: 7

- Cockiness: Una cover di I Will Survive?!?! Ma anche no, con la scucchiona che te ce fa crede nei primi 2 secondi 2, per poi partire con una martellante traccia che ti costringe ad alzare il culone dalla sedia per iniziare a farlo oscillare fino all’arrivo della morte fisica per sfinimento. A dir poco travolgente. Voto: 7,5

- Birthday Cake: 78 secondi appena, che sfumano nel finale, tanto da lasciarti di sasso. Che rombano, gasano, neanche fossimo in una pista di moto, ossessivi, battenti, ripetitivi, fino a quel finale tirato via. Che proprio non si spiega. Voto: N.C.

- We All Want Love: finito di muovere le chiappe? Se sì, preparatevi ad immergervi in una traccia che è un tripudio d’amore pop. Una ballad? Non proprio, perché il ritmo c’è e ti travolge. Con la voce della scucchiona mai fuori luogo, spesso trattenuta, per una traccia che conferma la qualità media dell’album. Alta, inaspettatamente alta. Voto: 7+

- Drunk On Love: un sound con i controcazzi. Tralasciando i testi, che dalla prima all’ultima traccia possiamo definire tutt’altro che epocali, questa Drunk on Love conferma le potenzialità di un disco dal suono tanto variegato quanto coinvolgente. Se Rihanna torna ad ‘urlare’, per far vedere che ‘sì, pure io se me ce metto riesco a cantà’, affogando tra uno yeeeeeahh e un oooooh di troppo, tanto da ricordare a tratti l’indimenticata Only Girl, solo soltanto più ‘rallentata’, è la base a farla da padrona. Dando così alla canzone tutt’altro spessore. Voto: 7+

- Roc Me Out: incazzata, sporca, rumorosa, urlata, ma da una sonorità alla lunga banale, già sentita, ed eccessivamente ripetuta. Voto: 5

- Watch’n Learn: l’ultima Beyonce? No, Rihanna. Prodotta da Hit Boy, questa Watch’n Learn sconfina dai miei gusti personali. Troppo R&B per il sottoscritto, tanto da non andare oltre il primo ascolto. Voto: 5

– Farewell: Rihanna canta. O meglio, almeno ci prova. E’ la sua voce a dominare questa splendida Farewell, potente tanto nel ritornello quanto nelle strofe, struggenti, orecchiabili, convincenti. Probabilmente ‘scontata’, e tutt’altro che ‘innovativa’, ma decisamente riuscita. Voto: 7,5

Voto finale: 7+

Echoes di Will Young: la recensione/pagella di Spetteguless

Sorprendente, ammaliante, sinceramente impensabile. Debbo dire di non essere mai stato un particolare estimatore di Will Young. Neanche sapevo che avesse fatto ben 7 album in 9 anni. Ma l’ultimo, consigliato da Marco, mi ha fatto suo. Perché Echoes, uscito a fine agosto in Inghilterra e trascinato dalla splendida Jealousy, è un disco di una bellezza rara, tanto nei suoni quanto nella voce di Young, perfetta nel sapersi adattare a base elettroniche, volutamente anni 80, e ad autentiche ballad, mai noiose o banali, come troppo spesso accade, con ‘omaggi’ al sound di Kylie, dei Goldfrapp e degli Scissor Sisters, in un album da ascoltare, e far conoscere. Perché non merita affatto il totale disinteresse che lo sta purtroppo travolgendo. Almeno qui in Italia… (dove vedere voti e considerazioni, traccia dopo traccia, da ascoltare anche se quasi sempre velocizzate? Dopo il saltino)

Solo 2.0 di Marco Mengoni: la recensione/pagella di Spetteguless

A tratti sorprendente, inatteso. Solo 2.0 di Marco Mengoni è forse uno degli album italiani più attesi dell’anno. Perché l’ex trionfatore di X-Factor era chiamato alla maturazione definitiva, abbandonando i pezzi del primo album, quello legato al boom del talent, per prendere tutt’altra strada. Una strada addirittura dal taglio ‘internazionale’, con molti ipotetici singoli che potrebbero trasformare il Mengoni nella sorpresa musicale di questa stagione, grazie ad un secondo album che convince ma non del tutto, a causa di una personalità musicale ancora troppo acerba, legata a doppio filo ai BIG della musica italiana di quest’ultimo decennio, vedi Subsonica, Ferro e Negramaro, e ad un evidente indecisione su QUALE strada intraprendere una volta per tutte. Troppe le opzioni partorite, per un enorme, esuberante e spocchioso talento. Da far crescere, con calma. QUI, su Mtv.it, l’intero album in streaming.

1) Solo (Vuelta Al Ruedo) – la conosciamo tutti. Singolo di lancio. Troppo Negramaro. Troppo sfacciato “l’omaggio” al Sangiorgi, per un Mengoni che da subito asfalta la nuova strada da intraprendere, in totale solitudine, senza salvagenti televisivi di nessun tipo. Radiofonica, orecchiabile, riuscita. Ma nell’album c’è di meglio. Voto: 7

2) Un Gioco Sporco – i Subsonica? Dopo i ‘Negramaro’, ricordati con il pezzo precedente, 2.0 continua a regalarci un Mengoni privo di una propria personalità, tanto da esser quasi costretto a scippare e a prendere a piene mani quella degli altri. Perché con questa Un Gioco Sporco l’omaggio a Samuel&Co è quasi fastidioso, e tra l’altro poco riuscito. Perché la canzone non conquista, ne’ colpisce. Voto: 5.5

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3) Tanto Il Resto Cambia – Finalmente un cambio di rotta, con le prime conseguenze del caso. Straordinariamente positive. Perché 2.0 sforna il suo primo capolavoro, molto ‘ferriano’, tanto nel testo quanto nell’arrangiamento. Ma Tanto Il Resto Cambia rasenta la perfezione. La voce di Mengoni tocca vette inimmaginabili, con violini e piano che l’accompagnano per mano, partorendo il primo gioiello di un album che inizia a farsi interessante. Voto: 8

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4) Searching – c’è anche l’inglese. Con 2.0 Mengoni tenta il grande salto, ovvero quello che dovrebbe portarlo FUORI dai confini nazionali. D’altronde dopo il trionfo agli EMA dell’anno scorso il momento è propizio. Una parte di Europa, magari quella anglotedesca, potrebbe più che apprezzare questa Searching, ‘elisiana’ nei suoni e abbastanza fluida, soprattutto nell’incalzante ritornello. Interessante. Voto: 7-

5) Uranio 22 – cazzarone e caciarone. Inizio bomba, per poi perdersi, finendo per creare un banalotto caos musicale, a tratti anche fastidioso. No, questa Uranio 22, che prova a parlare di guerra, proprio non mi piace. Voto: 5

6) Come Ti Senti – personale, sull’ossessione mediatica nei suoi confronti, quasi biografica. Con Come ti Senti Mengoni prova la strada dell’introspettivo musicale/professionale, finendo per schizzare ancora una volta fuori dai confini fin qui tracciati. A tratti ‘caparezziana’, sembra un’altra traccia da scarto, forse evitabile. Voto: 5,5

7) L’Equilibrista – finalmente ci risiamo. Con una voce così Mengoni deve capire che ‘queste’ sono le sue canzoni. Senza osare troppo, spaziando per generi che non lo competono, la sua quadratura musicale dovrebbe limitarsi a tracce come questa, che hanno fatto in passato la fortuna di cantanti nostrani come Ferro e Sangiorgi, qui più volte esplicitamente ‘rivisti’ e corretti. Ci sarà poi tempo per provare a fare altro. Voto 6,5

8) Mangialanima – orecchiabile. Incalzante nel ritmo ma non troppo, senza esagerare come fatto in precedenza, tanto da rendersi molto più accettabile e commestibile, anche se questo Mengoni più ‘pop’ a me convince sempre poco. Voto: 6

9) Un Finale Diverso – brutta. Brutta. Brutta. Ma cos’è sta roba? Voto: 4

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10) Tonight – si torna all’inglese, a suoni più leggeri, melodici. Pianoforte e voce. Si torna a volare. Non smetterò mai di dirlo, questo è il Mengoni migliore. Voto: 7

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11) Dall’Inferno – Piero Pelù? No, Marco Mengoni, cupo e ‘rockettaro’. Prosegue senza sosta la traversata camaleontica del Mengoni, qui più che apprezzabile. Perché Dall’Inferno funziona sotto tutti i punti di vista. Tanto nel ritmo quanto nella voce, trattenuta per buona parte della canzone, per un più che ipotetico singolo futuro. Voto: 7

12) Solo Bolero – Solo, in versione ‘bolero’. Idea interessante, per una traccia ‘riempitiva’, da cambio costume in tour. Voto: n.c

13) Ghost Track: altro momento ‘musicale’, sprecato con una traccia fantasma. Perché l’idea era ottima, e poteva uscirne qualcosa di fottutamente interessante. Peccato. Voto: n.c

Voto Album: 6,5