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Coming Out Day – dichiaratevi OMOSESSUALI – forza e coraggio

Domani, giovedì 11 ottobre, si celebra in tutto il mondo il XXIV Coming Out Day. Un giorno per riflettere sull’importanza del “coming out”, un giorno per prender coraggio e gettare in terra la maschera che tutti noi, almeno una volta nella vita, abbiamo indossato. Perché ‘celebrare’ questo giorno con 12 ore di anticipo qui su Spetteguless? Semplice. Perché c’è ancora una notte per pensarci, per ‘pianificare’, per farsi un esame di coscienza. Per prendere forza e coraggio, ed urlare al mondo ‘sono gay’. Perché checché se ne dica l’accettazione è tutto, personale ed altrui, e mai come domani quella tanto attesa sensazione di libertà potrebbe esser finalmente vostra. Un giorno tutto questo NON sarà più necessario. Anzi, probabilmente sarà ridicolo. Ma per arrivare a quel giorno, al giorno in cui eterosessualità ed omosessualità saranno REALMENTE uguali, dobbiamo continuare a lottare, ad esporci, dichiararci, e far sapere a parenti, amici, vicini e genitori, che anche loro conoscono e vogliono BENE ad un gay. Automaticamente cadrebbero cliché e leggende metropolitane. Automaticamente diventeremmo tutti uguali. Realmente tutti uguali. Ma ci vuole tempo e coraggio, per arrivare a quel giorno.
Ecco perché dopo il saltino troverete la storia del MIO coming out.
I lettori più fedeli ricorderanno la rubrica MY LIFE, andata avanti per 3 anni, divisa in puntate e incentrata sulla MIA vita.
Uno di quei capitoli riguardò proprio il MIO personalissimo coming out, inatteso e tutt’altro che pianificato.
Un coming out che ancora oggi, a distanza di 10 anni, nel suo piccolo mi inorgoglisce, e con la consapevolezza che SI’, ha contribuito a cambiarmi la vita.
Tanto da riproporvelo, nel caso in cui potesse essere utile.
Quindi buona lettura, buona serata, e buon Coming Out Day a tutti.

Vacanze finite: bentornato blog

Sole, mare, 3 kg in eccesso e palla all’aria.
L’avevo promesso. E l’ho fatto. 11 giorni di ‘stacco totale’.
Nada computer. Nada internet. Nada connessione. Nada ‘aggiornamento’ continuo. Solo libri e quotidiani.
Ma le ferie, al tempo della crisi, durano il tempo di un rutto, e difatti rieccoci qui.
Davanti ad un pc.
Al caldo di Roma, dopo quasi 2 settimane di Sardegna. Che mi lasceranno un’unica indelebile immagine.
Quella di un ristorante. Di un tavolo. Di 4 piatti, 4 bicchieri e 8 posate.
Da una parte i miei genitori, dall’altra io e il mio fidanzato.
Nel mezzo sorrisi, chiacchiere, confidenze, e sguardi di felicità.
La mia, evidente e fragorosa; quella dei mio padre e mia madre, nel vedermi sereno, amato e innamorato; e quella della mia dolce metà, finalmente ‘totalmente’ condivisa dopo due anni esatti di storia, con la prima ‘convivenza parentale’ straordinariamente andata a buon fine.
Squarci di ‘famiglia’ e di ‘normalità’, a lungo desiderata e finalmente arrivata.
Una ‘normalità’ che da sola vale 1000 vacanze.
Con la consapevolezz che sì. Sono un uomo fortunato.
Bentornato blog.

Squarci di memoria giallorossa: bentornato Zdenek Zeman

Tornare a Roma proprio nei giorni in cui non si sente la presenza fisica e spirituale del Papa bensì quella di un boemo che dopo 13 anni si prepara al gran rientro.
Zdenek Zeman è il nuovo allenatore della Roma. Ormai è (quasi) ufficiale.
Ed è un trionfo di sensazioni, di ricordi, di sogni spesso infranti ed ora finalmente realizzati.
E’ il 14 settembre del 1997 quando entro allo Stadio Olimpico. Distinti Sud. Ingresso 23, settore E, fila 56, seggiolino n° 13. Quel posto sarà mio per 7 lunghe ed indimenticabili stagioni, Scudetto compreso.
E’ la mia prima partita da abbonato.
Si gioca Roma-Juventus. E’ il segno del destino.
L’anno prima mio padre mi aveva portato per la prima volta all’Olimpico, tra i tifosi bianconeri, in distinti Nord. Finì 2-2. Odiavo il calcio. Quel giorno me ne innamorai. Mi innamorai di quei colori, di quel campo, di quella curva, di quel tifo, di quelle maglie.
Sembra ridicolo, lo so. Lo è. Ma questo E’ il calcio. Passione sconsiderata, folle ed inspiegabile nei confronti di una squadra. 11 sconosciuti in calzoncini che hanno la capacità di suscitare emozioni. Lacrime, sorrisi, gioia, dolore, urla, sudore. E tutto questo dando dei calci ad un pallone. Quel 14 settembre del 1997 mio padre volle accompagnarmi. Avevo 15 anni. Voleva conoscere i miei ‘vicini’ di posto, ovvero quella che sarebbe diventata la mia ‘famiglia calcistica’, da quel giorno in poi e per i successivi 7 anni.
Quel 14 settembre Zdenek Zeman scese in campo con la maglia d’allenatore della Roma, in casa, per la prima volta. La domenica precedente avevamo vinto ad Empoli, per 4-3. Squarci di Zemanlandia all’esordio. Con la Juventus finì clamorosamente zero a zero.
Ma fu amore a prima vista.
Perché Zeman non è un semplice allenatore. E’ una filosofia. E’ il calcio. Quello vero, pulito, leale. Il giuoco del pallone all’ennesima potenza. Due anni di gioie e incazzature ci concesse il boemo. Partite memorabili ed altre detestabili. Ma non tornammo mai a casa ‘annoiati’, come troppo spesso mi capitò nelle stagioni del vincente Fabio Capello.
Parlava Zdenek, 13 anni fa, e dava fastidio. Attaccò l’inattaccabile Juventus di Vialli e Del Piero. Fu il primo a parlare di doping amministrativo e farmaceutico. E la Roma pagò. Arbitraggi scandalosi condizionarono due stagioni, tanto da costringere Franco Sensi a scegliere. O lo cacci, e provi a vincere, o lo tieni, e ti abitui a perdere. Lo cacciò, ma il boemo rimase il boemo. Per Roma tutta, laziali compresi, e per quegli amanti del pallone che non vorrebbero altro che un calcio REGOLARE, e decisamente distante dagli scandali di questi ultimi anni, tra arbitri rinchiusi negli stanzini e calciatori scommettitori in mano a zingari delinquenti.
Con Zdenek Zeman alla Roma una città intera è tornata a sognare, fantasticare, a sorridere.
In queste ultime 48 ore da turista capitolino, ho toccato con mano quell’entusiasmo calciofilo che non sentivo più da anni. Tornando con la mente a quel 1997 in cui da quindicenne, grassoccio, sessualmente dubbioso, timido e impacciato, mi incamminavo verso lo Stadio Olimpico, aspettando il fischio d’inizio, i goal a grappolo, i cori, l’inno vendittiano, le bandiere, il caffè Borghetti e la Domenica Sportiva serale da commentare insieme a mio padre, juventino ‘sportivo’ e per questo reale ammiratore zemaniano.
Da settembre, dopo 13 interminabili anni, Zemanlandia tornerà a brillare sotto all’ombra della madonnina di Monte Mario.
E comunque andrà a finire, è già un successo.
Bentornato a casa maestro.

Riposo MALATTIA

Tornare a Roma per 4 giorni e al secondo beccarsi un mezzo virus intestinale.
Nausea, freddo, vomito, febbre, visioni deliranti.
Mi metto in forzato ‘riposo malattia’.
A presto blog.

Terremoto di paura (artificiale)


Sarà stata l’ultima (la seconda in 3 settimane, prima le costole ora l’osso sacro, qui è 2012 da Macumba) caduta in via Torino (prima in bici ora rincorrendo a piedi un tram alla Sophia Loren ma senza stupro e fascisti sullo sfondo, roba che neanche un 96enne sul letto di morte avrebbe la mia instabilita’ motoria dell’ultimo mese) sarà stato il dolore lancinante che questa mattina mi stava uccidendo, sarà che alle 9 per quanto mi riguarda può andare in scena pure la fine del mondo ma il sottoscritto non batterebbe comunque ciglio, perché totalmente rincoglionito dalla sveglia del mattino, sarà che se mi trema il pc penso alla metropolitana, insomma sarà quel che sarà, ma io, sta benedetta scossa de terremoto in quel di Milano, non l’ho proprio sentita.

E allora?
E allora niente. Solo che non riesco proprio a capacitarmi del PERCHE’ da circa 8 ore siti on line come quello del CORRIERE.it dedichino tanto spazio ad una NON notizia come questa.
Ci sono stati feriti?
No.
Morti? fortunatamente no.
Danni a cose/persone/animali? A quanto pare no.
Video shock da mostrare? No.
Foto incredibili da sparaflesciare? Aridaje ho detto de no.
E allora per quale minchia di motivo sono quasi DIECI ore che questa NON notizia del terremoto ci viene imboccata praticamente in ogni dove?
Misteri dell’ignoto.
Ma stasera vivaddio c’è l’Isola e la trash tv che tornano a farci compagnia.
Nella speranza che nell’attesa non mi uccida cadendo dalle scale di casa.
E qui non c’entra il terremoto, ma solo e soltanto la sfiga che da circa 3 settimane mi sta letteralmente perseguitando. Povero me, trentenne ormai abbonato Voltaren talmente rincoglionito dallo spappolarsi ovunque.
Lisa Bonet, se ci sei, aiutami tu.

Dagli enti agli enta: benvenuto trauma

Dagli enti agli enta.
Un trauma.
Il giorno del mio compleanno è da sempre uno shock.
Ma dai è un cliché?
E sticazzi, sarà pure un cliché ma è maledettamente vero.
A me il 20 gennaio rode SEMPRE il culo.
Oggi, giorno del passaggio dagli enti agli enta, ancor di più.
Perché c’è uno scalino generazionale da dover superare, salutando definitivamente la lunga giovane età per iniziare a dare il benvenuto ad una fase più ‘adulta’, che pian pianino mi porterà per mano verso gli ‘anta’, ultimo trauma prima della morte. A meno che uno non voglia arrivare agli ‘ento’, ma sai che rottura di palle, almeno che tu non sia Iva Zanicchi.
30 anni e iniziare a guardarsi intorno, dietro le spalle, e un minimo davanti.
Per ritrovarsi cosa tra le mani?
E’ da questa mattina che la domanda mi frulla nella testa.
30 anni di vita. Tanti, quelli della reale adolescenza, letteralmente buttati nel cesso. Gli anni della non accettazione sessuale, della timidezza sfacciata, della scarsa socialità, gli anni dell’odiato liceo, fino all’arrivo dell’Università, con cui ha coinciso una vera e propria rinascita.
Da quel momento in poi posso dire di aver iniziato a ‘vivere’, realmente, concretamente, continuando però a rimpiangere il tempo perduto in passato. Quello magico, irresponsabile, spensierato ed irripetibile dei 15 anni, dei 16 anni, dei 18 anni, da me mai davvero ‘goduti’ appieno. Probabilmente è anche per questo motivo che questi benedetti 30 anni ‘non me li sento’. Perché almeno 5 li ho davvero cestinati, non vissuti e/o sopportati, più che cavalcati. E invece eccomi qui, oggi, 30enne, a Milano, a casa ‘mia’, e con il mio fidanzato. Pigro, come sempre, lento nel fare le cose, tendenzialmente portato a ‘cullarmi’ su ciò che ho, e tralasciando ciò che potrei avere, ma innegabilmente felice. Perché nel mio piccolo ho raggiunto alcuni di quei traguardi che in molti faticano a trovare in una vita intera.
L’amore, quello a cui non avevo mai creduto fino a quando non ho incrociato il suo sorriso e i suoi occhi, a bordo piscina; una casa tutta ‘nostra’, da vivere nella sua straordinaria e normale quotidianità, in una città, Milano, che è sempre più un piacere da scoprire; un lavoro sicuramente poco sicuro, perché figlio dell’eterno precariato, ma tendenzialmente appagante ed economicamente moderatamente soddisfacente; una salute che facciamo corna ancora regge; un blog che continua a darmi tante soddisfazioni; e un branco di persone a cui spero di mancare, non dico sempre ma almeno ogni tanto. Perché 30 anni non sono tanti ma non sono neanche pochi, non sono la fine del mondo ma neanche l’inizio di chissà quale nuova Era. Sono solo un passaggio ‘traumatico’, a cui dare il giusto peso, per iniziare a tirare le prime somme di un’esistenza che mi auguro possa riservare ancora mille altre sorprese.
Nell’attesa, mi godo forse per la prima volta quello che ho tra le mani, che non è affatto poco. Per questo, oggi, 20 gennaio 2012, sorrido. 


Capodanno 2012: torna l’incubo

E’ più o meno luglio quando agli amici più intimi pongo la domanda delle domande:
“Ma a Capodanno che famo?”.
Apriti cielo.
Perché vengo deriso, umiliato, sfottuto. “A più di 150 giorni dalla fine dell’anno stiamo qui a chiederci che fare? Ma dai. Non sappiamo neanche dove saremo a Ferragosto! Ci penseremo….”.
Finì esattamente così quella chiacchierata. Con l’ormai leggendario ‘ci penseremo’ che vor dì tutto e niente. Soprattutto se rimandato all’infinito.
Oggi, 27 dicembre del 2011, ore 18:12, ce stamo infatti ancora a pensà.
Come ogni anno.
Tutti i fottutissimi 31 dicembre siam sempre qui a GIURARCI “aò l’anno prossimo, cascasse il mondo, ma partiamo”.
E infatti sempre qui siamo.
Lo scemo, ovvero il sottoscritto, propose partenze ‘estive’ in vista dell’ultimo giorno dell’anno, con offerte vantaggiose e prezzi più che abbordabili nei confronti di mete europee di vario tipo.
E invece no.
“Ce penseremo”, tuonò. Tanto che poi piovve. Il nulla. Perché a 3 giorni dal 31 siamo alla disperata ricerca di una baita in mezzo alla neve con fiaccolata di 6000 fregni ignudi che scendono a valle cantando l’intera discografia di Madonna, con tanto di stella cometa sullo sfondo, terme naturali a 21 centimetri dalla porta di casa, caminetto deluxe, albero di natale alto 12 metri con presepe vivente, rubinetti in ogni dove che sgorgano ciobar, tappeto di scimmia albina che te fa le coccole, parquet pure al cesso, cucina con vista sul mondo, e Mariah Carey come vicina de casa. Il tutto al massimo tra Lazio ed Abruzzo spendendo circa 200 euro a testa.
Possibilità di trovare cotanto paradiso? Lo 0,0000000000000000000000001%, per il 29° capodanno della mia vita da organizzare nelle 24 ore precedenti allo scoccare della fatidica mezzanotte.
Tant’è che quest’anno ho deciso di attuare una nuova strategia.
Quale? Iniziare a rompere i coglioni con ancor più anticipo.
Tipo quando? Il 1° gennaio alle 00:02.
A regà che famo a Capodanno 2013? E non ridete perché ve dico solo che non se esce de casa fino a quando non abbiamo prenotato“.
Giuro che lo faccio.

6 mesi a Milano….

Sei mesi a Milano. Era il 13 aprile quando mi trasferii, armi e bagagli, con la mia auto carica di valigie, per intraprendere una nuova avventura. Cercata, voluta, e alla fine realizzata. Sei mesi di casa, sei mesi di sorrisi e litigi, baci e abbracci, urla e notti d’amore, con la mia metà. Sei mesi che hanno visto cambiare la percezione che avevo di Milano. Perché questa città, incredibile ma vero, sta iniziando a piacermi. Con molta calma la sto scoprendo sempre più, giorno dopo giorno. E quei difetti iniziali, che a me sembravano fastidiosamente evidenti, si stanno sempre più trasformando in qualcosa di incredibilmente positivo. Il fatto che sia più piccola della mia Roma, più raccolta, a misura d’uomo e percorribile in bici, tanto di giorno quanto di notte, sono solo alcuni dei punti a favore che mese dopo mese segno sulla mia personale lavagnetta di ‘critica’ cittadina. Quel sellino mi sta sfondando le chiappe, ma in poco tempo mi sono innamorato della bici da città, nella Capitale autentica chimera figlia di distanze notevoli e salitoni continui. Roma mi manca, è ovvio, così come amici e parenti, ma Milano è sempre meno ‘triste’ e sempre più ‘vivibile’. Perché sei mesi non sono pochi, soprattutto per un romano DOC come me. C’è chi mi dava una settimana, chi un mese, chi scommetteva sul mio crollo con l’arrivo dell’afoso caldo estivo. E invece no, eccoci qui, nella nostra casetta, che oggi, 13 ottobre 2011, ha compiuto sei mesi. Con noi al suo interno. I primi sei di tanti altri, che mi auguro possano trasformare 14 mesi di storia in una lunga vita passata insieme. Litigi compresi, ovviamente. Perché quelli non mancheranno mai, che si viva a Roma o a Milano, città apparentemente così distante dal sottoscritto da avermi alla lunga ‘apparentemente’ addomesticato. Aspettando il lungo inverno, e il freddo micidiale, mio acerrimo nemico. Ma per quello basta un piumone in più, na caraffa de cioccolata calda, i termosifoni a palla e un po’ di coccole. Perché non c’è città che tenga dinanzi alla gioia di creare qualcosa di importante con la persona amata. Provare per credere, checché ne dicano i bigotti italioti, e non ve ne pentirete.

Milano Vogue Fashion Night Out? No grazie…

Nella vita di un gay italiano ci sono varie tappe. Una di queste è quella di prender parte alla Milano Vogue Fashion Night Out. Nata tre anni fa con l’idea di spalancare il ristretto ed esclusivo mondo della moda alla ‘gente comune’, e sponsorizzata dalla Condé Nast, la serata inaugura la stagione della moda, e non solo milanese, perché l’8 settembre di ogni anno prende il via in varie parti del mondo, vedi Parigi, Londra, Lisbona, New York e la prossima settimana a Roma, per la prima volta. Trascinato dalla curiosità, mi son fatto trasportare dall’evento, prendendoci attivamente parte, e non tramite le solite feste fighette farlocche che nulla a che vedere hanno con lo ‘spirito’ ufficiale del tutto. Vivendo così la mia peggiore serata meneghina da 6 mesi a questa parte, ovvero da quando mi son trasferito. Perché di ‘fashion’, in questa fottuta ‘night’, non c’è assolutamente nulla. Notte Bianca della moda ‘a metà’, durando appena 3 ore, la VFNO non è altro che un’occasione per far USCIRE DI CASA LA CHIUNQUE. Perché esattamente di QUESTO stiamo parlando. Decine di migliaia di milanesi ASSIEPATI nel Quadrilatero della moda a non far NULLA, semplicemente perché non c’è nulla da vedere. Perché non ci sono eventi, se non qualche vip sfigato sparso tra una boutique e l’altra, o i fenomenali Royksopp da Patrizia Pepe. Per il resto, LA CALCA, fastidiosa, TRUZZA, per non dire cafona, che si fa strada a fatica per le viuzze, in una sorta di processione laica, a dir poco trash. Perché dinanzi ad una serata che si chiama Vogue Fashion Night chiunque si è (in)giustamente sentito in dovere di acchittarsi. Tirando fuori dall’armadio il PEGGIO del PEGGIO che la moda milanese non potrebbe MAI partorire. Tacchi vertiginosi, STIVALI atroci, cosce scoperte con annessa cellulite, capelli folli, trucchi da battone, impensabili camicie, sopracciglia spinzettate e gli accessori più sparati, per morire dal caldo insieme a centinaia di altre persone nelle vie della moda della città. Per farsi fotografare davanti le ‘vetrine’ dei negozi (….), riprendere con il telefonino la ‘hostess’ sfigata di turno mezza nuda e costretta a ballare in mezzo alla strada e soprattutto scroccare cocktail all’interno dei vari store. Na ‘poracciata’, si direbbe a Roma, che qui diventa automaticamente CHEAP, con tanto di lunghe code e resse davanti i poveri, basiti e stanchi barman. Più che la FESTA DELLA MODA, come l’ha follemente descritta la Sozzani, direttrice a vita di Vogue, un’accozzaglia organizzativa fondata sul NULLA espositivo, figlio di una città che proprio alla moda deve molto, finendo per snaturarla ed ‘umiliarla’ con una serata simile, il cui nome dovrebbe immediatamente cambiare. Milano Vogue Fashion Night Out? Ma anche no. SOLO OUT.

Paris Je t’aime

Pigalle, Parigi, il Mouline Rouge davanti ai miei occhi. Provo a forzare la sicurezza presentandomi come Christina Aguilera. La guardia inizialmente ce casca, con un “bella boccia Christì, te sta na favola”, per poi essere sgridata dal capo sicurezza, che una volta appurato che ‘sì, il mio naso non è posticcio e no, non sono la Aguilera in versione lella’, mi caccia via a pedate nel culo, facendomi finire in uno dei 1872 sexy shop che caratterizzano il quartiere. Qui, davanti a me, mi ritrovo la bambola gonfiabile della Sora Britney, con i suoi tre buchi tossici che con tono minaccioso tentano di ammaliarmi, e proprio in quel mentre, direttamente dall’Italia, ecco arrivare un sms scioccante. Uno tsunami ha devastato Roma? E’ caduto il Governo? Osvaldo Supino sarà Amy Winehouse al cinema? Marlon Teixeira si è tagliato l’uccello ed è diventato donna? No, molto più semplicemente i VMA 2011 celebreranno proprio lei, Britney Spears. E sbaraboom. Raccattato il peggio del peggio poraccio dal panorama pop attuale, vedi Cyrus+Gomez, esclusa la Perry e tralasciando la premiatrice Madonna che ormai s’è rincojonita, mrs. Britney è quindi riuscita ad ‘entrare’ nella mia vacanza parigina anche da porte decisamente secondarie. Perché se uno finisce a curiosare in un sexy shop francese pe fasse quattro risate, ritrovandose davanti la Sora Spears in versione vecchia porca, o è sfiga o è destino.

Conclusa l’avventura ‘Britney’, c’è da dire che Parigi mi ha fatto suo. Perché c’ero stato all’inizio degli anni 90, ma solo per 24 ore, in compagnia della mia famiglia. Vedemmo poco, e quel poco lo ricordo a stento. Ecco perché questi ultimi giorni sono stati a dir poco ‘sorprendenti’. Un po’ per la compagnia, unica nel suo genere, perché figlia dell’amore, e un po’ per la città, che ha finalmente risposto ad uno dei quesiti millenari che attanagliano il Globo intero. Meglio Londra o la Capitale dei Magna Rane?
Ho vissuto a Londra per quasi 3 settimane, lo scorso inverno, e a Parigi per 4 giorni, intensissimi (non ho mai camminato tanto in vita mia), nell’ultima settimana, e direi che non esiste storia. Perché Parigi ANNIENTA Londra. In tutto e per tutto. Come ‘magia’, integrazione sociale, atmosfera, decadenza, ‘storia’, bellezze archiettoniche (quei tetti, quei fottuti tetti), paesaggio, ricchezze sbandierate (della serie, Buckingham Palace?!? Ahahahah) Parigi è TUTTO e ha TUTTO, escluso il caffè, che fa cagare praticamente ovunque. Grande, grandissima, probabilmente anche troppo, Parigi mi ha conquistato, come forse non mi sarei mai aspettato. Perché gronda cultura, qualità della vita, emanando ‘Liberté, Égalité, Fraternité’ ad ogni metro di marciapiede, senza che nessuno, e dico nessuno, osi guardarti di traveso se abbracci il tuo compagno, gli tieni la mano o più semplicemente lo baci in pubblico. 

Perché è l’esempio lampante di come ESISTA una DESTRA aperta ai diritti che non tuoni contro gli omosessuali e gli ‘stranieri’ un giorno sì e l’altro pure, e perché esistono popoli in questo caro vecchio continente che armati di forconi sono andati a riprendersi la libertà, e l’uguaglianza, tagliando teste a re e a regine spendaccione. Se la Torre Eiffel toglie il fiato, tanto di giorno quanto di notte, c’è un’intera immensa città che ti strizza l’occhiolino, provando a rimorchiarti. Da Montmartre a Marais, passando per St-Germain-des-Prés, Notre Dame e tanto altro, Parigi è Parigi, tanto da meritarsi anche un viaggio in treno ‘da ricordare’. 8 ore, da spararsi possibilmente di notte, in cuccetta. Poco più di 60 euro il prezzo, addirittura poco più di 30, se prenotate con due mesi di anticipo, per poi ritrovarsi all’una, in pieno sonno, con un perfetto sconosciuto che ti entra in stanza, con la tua carta d’identità in mano, ti accende la luce, ti controlla le valigie e ti interroga, senza presentarsi e dare nessuna spiegazione. Chi sei, cosa fai, da dove vieni, con chi sei, dove vai, e per fare cosa, cumpà fai entrare il cane. Chi era? La ‘delicata’ finanza italiana, a caccia di droga, poco prima della frontiera, e probabilmente spinta da qualche segnalazione, ovviamente andata a puttane. Dinanzi ad una mia semplice, ma a dir poco incazzata, richiesta di OVVIE ma mai arrivate spiegazioni hanno avuto anche il coraggio di sorprendersi ed infastidirsi: ‘Ragazzi dovreste ringraziarci, lo facciamo per la vostra sicurezza. Volete che entriamo con la banda la prossima volta’? No, più semplicemente con un minimo di educazione e rispetto. Perché sarai anche un finanziere, ma sempre un cazzo di cafone troglodita italiota rimani, imbecille. E da domani, Spetteguless, torna a (mezzo) regime.

 

La Bella(zza) e la Bestia(lità) di un anno

Vota MR. SIRENETTO, è la finale! (Qui le foto di TUTTi i concorrenti)

Un anno fa tornavo dalla mia prima trasferta a Torre del Lago. Pochi giorni dopo sarei volato a Barcellona, per il secondo Circuit della mia vita. Una vita fatta di amici, discoteche, spiagge estive e solitudine sentimentale. Perché da troppo tempo nessuno riusciva a colpirmi a tal punto da andare oltre la solita ‘botta e via’. Fino ai primi giorni di agosto dell’anno scorso. Perché grazie a Facebook, che ci suggerì come possibili amici, ho incontrato lui, l’uomo con cui vivo da oltre 100 giorni. Per oltre un anno ci eravamo ‘sbirciati’ in piscina, senza mai rivolgerci parola. Neanche un saluto, un sorriso, niente di niente. Perché timidi, o cojoni. Punti di vista. Fino all’aiutino esterno di Faccialibro, che diede un bel calcio in culo al destino, perché si sbrigasse ad entrare in azione. L’11 agosto sarà un anno, un anno dal primo incontro, dalla prima birretta trasteverina, dalle prime chiacchierate. Un anno intenso, fatto di gioie e litigi, di baci e lacrime, di estenuanti lontananze e di prolungate vicinanze, costantemente segnato dall’amore. Perché se dodici mesi fa mi avessero detto che l’ultima domenica di luglio del 2011 l’avrei passata a Milano, nella calda, afosa e soleggiata Milano, in casa, a guardare classici Disney, non ci avrei mai e poi mai creduto. Anzi, probabilmente avrei cercato fogli da poter firmare affinché tutto ciò non si verificasse. Se non fosse per la variabile decisiva, ovvero lui, al mio fianco, a rendermi felice. Perché ci sono quei momenti nella vita in cui ti rendi conto che basta un niente per essere felici, se sei accanto alla persona giusta. Momenti semplici, semplicissimi, che diventano però unici, nell’attimo in cui hai la fortuna di viverli accanto a quella persona che vorresti per sempre vicino a te. Tra pochi giorni ce ne andremo in vacanza, la nostra prima vacanza, perché lo scoccare del primo anno è alle porte, con tutte le conseguenze ‘romantiche’ del caso. Un anno spesso litigarello, segnato da traslochi continui, scelte drastiche ed inattese, capaci più e più volte di far precipitare la situazione, poi ovviamente sempre ripresa, e migliorata. Perché una storia d’amore ha bisogno di tempo. Per crescere, maturare, per appianare differenze ed incomprensioni, parlando e confessando lati del proprio carattere magari fino a quel momento taciuti o nascosti, per evolversi e solidificarsi, diventando così sempre più forte ed inattaccabile. Un anno fa tornavo dalla mia prima trasferta a Torre del Lago. Ero single, dicevo ‘felicemente’ single. Fino a quell’incontro che mi ha cambiato la vita, e che con il tempo mi ha portato per mano alla giornata di ieri, domenica 31 luglio, felice e sorridente abbracciato al mio lui, in un torrido pomeriggio meneghino, davanti La Bella e la Bestia. Me l’avessero detto il 29 luglio del 2010 non ci avrei mai creduto. Ma oggi, 1° agosto del 2011, sono felicissimo così. Come non lo sono mai stato.