Squarci di memoria giallorossa: bentornato Zdenek Zeman

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Tornare a Roma proprio nei giorni in cui non si sente la presenza fisica e spirituale del Papa bensì quella di un boemo che dopo 13 anni si prepara al gran rientro.
Zdenek Zeman è il nuovo allenatore della Roma. Ormai è (quasi) ufficiale.
Ed è un trionfo di sensazioni, di ricordi, di sogni spesso infranti ed ora finalmente realizzati.
E’ il 14 settembre del 1997 quando entro allo Stadio Olimpico. Distinti Sud. Ingresso 23, settore E, fila 56, seggiolino n° 13. Quel posto sarà mio per 7 lunghe ed indimenticabili stagioni, Scudetto compreso.
E’ la mia prima partita da abbonato.
Si gioca Roma-Juventus. E’ il segno del destino.
L’anno prima mio padre mi aveva portato per la prima volta all’Olimpico, tra i tifosi bianconeri, in distinti Nord. Finì 2-2. Odiavo il calcio. Quel giorno me ne innamorai. Mi innamorai di quei colori, di quel campo, di quella curva, di quel tifo, di quelle maglie.
Sembra ridicolo, lo so. Lo è. Ma questo E’ il calcio. Passione sconsiderata, folle ed inspiegabile nei confronti di una squadra. 11 sconosciuti in calzoncini che hanno la capacità di suscitare emozioni. Lacrime, sorrisi, gioia, dolore, urla, sudore. E tutto questo dando dei calci ad un pallone. Quel 14 settembre del 1997 mio padre volle accompagnarmi. Avevo 15 anni. Voleva conoscere i miei ‘vicini’ di posto, ovvero quella che sarebbe diventata la mia ‘famiglia calcistica’, da quel giorno in poi e per i successivi 7 anni.
Quel 14 settembre Zdenek Zeman scese in campo con la maglia d’allenatore della Roma, in casa, per la prima volta. La domenica precedente avevamo vinto ad Empoli, per 4-3. Squarci di Zemanlandia all’esordio. Con la Juventus finì clamorosamente zero a zero.
Ma fu amore a prima vista.
Perché Zeman non è un semplice allenatore. E’ una filosofia. E’ il calcio. Quello vero, pulito, leale. Il giuoco del pallone all’ennesima potenza. Due anni di gioie e incazzature ci concesse il boemo. Partite memorabili ed altre detestabili. Ma non tornammo mai a casa ‘annoiati’, come troppo spesso mi capitò nelle stagioni del vincente Fabio Capello.
Parlava Zdenek, 13 anni fa, e dava fastidio. Attaccò l’inattaccabile Juventus di Vialli e Del Piero. Fu il primo a parlare di doping amministrativo e farmaceutico. E la Roma pagò. Arbitraggi scandalosi condizionarono due stagioni, tanto da costringere Franco Sensi a scegliere. O lo cacci, e provi a vincere, o lo tieni, e ti abitui a perdere. Lo cacciò, ma il boemo rimase il boemo. Per Roma tutta, laziali compresi, e per quegli amanti del pallone che non vorrebbero altro che un calcio REGOLARE, e decisamente distante dagli scandali di questi ultimi anni, tra arbitri rinchiusi negli stanzini e calciatori scommettitori in mano a zingari delinquenti.
Con Zdenek Zeman alla Roma una città intera è tornata a sognare, fantasticare, a sorridere.
In queste ultime 48 ore da turista capitolino, ho toccato con mano quell’entusiasmo calciofilo che non sentivo più da anni. Tornando con la mente a quel 1997 in cui da quindicenne, grassoccio, sessualmente dubbioso, timido e impacciato, mi incamminavo verso lo Stadio Olimpico, aspettando il fischio d’inizio, i goal a grappolo, i cori, l’inno vendittiano, le bandiere, il caffè Borghetti e la Domenica Sportiva serale da commentare insieme a mio padre, juventino ‘sportivo’ e per questo reale ammiratore zemaniano.
Da settembre, dopo 13 interminabili anni, Zemanlandia tornerà a brillare sotto all’ombra della madonnina di Monte Mario.
E comunque andrà a finire, è già un successo.
Bentornato a casa maestro.

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