x

Maschi etero bianchi vengono a raccontarci cosa siano razzismo e omofobia. Pio e Amedeo, andate a cagare

Condividi

“Non l’hai capito”.
Le scimmie ammaestrate di Twitter da 12 ore circa continuano a ripetere lo stesso mantra, dinanzi al monologo sulle ‘parole che non si possono più dire’ di Pio e Amedeo, andato in onda ieri su Canale 5 davanti a 4.331.000 italiani. Come se loro fossero la reincarnazione di Umberto Eco e noi, basiti da quanto visto e ascoltato, delle finte bionde con la 5a elementare.
Felicissima Sera ha sbancato, nelle 3 serate in cui è andato in onda su Mediaset, e ieri ha toccato l’iperuranio dell’inadeguatezza con un monologo di 17 minuti sul famigerato ‘politicamente corretto‘, mostro a tre teste puntualmente cavalcato da chi vuole continuare a dire quel che cazzo gli pare, che sia offensivo o meno, come se vivessimo ancora nel 1995.
Maschi eterosessuali bianchi, e privilegiati, Pio e Amedeo hanno avuto il coraggio di andare in tv a pontificare su cosa possa essere considerato razzismo e omotransfobia, in un Paese, l’Italia, in cui razzismo e omotransfobia sono un dramma quotidiano. Pio e Amedeo hanno sostenuto, mentendo, che solo nel nostro Paese non sarebbe più accettata un certo tipo di scorretta comicità, se non fosse  che un simile monologo in America l’avrebbero strappato e buttato nel cesso appena presentato al responsabile di turno.
Pio e Amedeo hanno sostenuto, tra gli applausi scroscianti di Canale 5, che se tu ragazzo di colore o omosessuale ti becchi un “neg*o” o un “fr*cio” per strada dovresti sorridere, affidarti all’autoironia, come avviene nel Sud Italia con i cosiddetti ‘terroni’. Anche un bambino di 7 anni capirebbe che il confronto è semplicemente insensato.
Pio e Amedeo hanno sostenuto che il Pride, al giorno d’oggi, non ha più senso di esistere, perché insomma gli eterosessuali mica vanno in giro a gridare “viva la figa” per strada. Come se le persone omosessuali avessero pari diritti rispetto a quelle eterosessuali, nella nostra magnifica Italia, tanto da poter considerare concluso l’infinito capitolo delle doverose rivendicazioni.
Con il loro monologo Pio e Amedeo non hanno fatto altro che rilanciare quanto indecentemente detto dal senatore leghista Ostellari, auto-proclamatosi relatore del DDL Zan, secondo cui “frocio” non è un insulto, perché va contestualizzato. Eppure quel “frocio”, soprattutto quando urlato a scuola, tra i banchi delle medie o del liceo, arriva puntualmente a segno come una coltellata. Basterebbe affidarsi alla cronaca nera, con decine di casi in arrivo da tutto il mondo di 15enni suicidatisi perché stanchi degli sfottò omofobi a scuola, per capire quanto quella semplice parola NON sia solo e soltanto una parola. Basterebbe chiedere ai ‘tanti amici gay’ puntualmente sbandierati cosa abbiano realmente provato, nel sentirsi dire “fro*io”, in classe, a lavoro, per strada. Pio e Amedeo dovrebbero dirglielo a loro, a tutti quei ragazzini che tornano a casa in silenzio, esausti dal costante perculo omofobo, che in realtà dovrebbero riderci sopra.
Il monologo di Pio e Amedeo, che avrà fatto impazzire Vittorio Feltri o un leghista qualsiasi, è inaccettabile nel suo sviluppo, nei suoi contenuti, nella sua pochezza, nell’inammissibile faciloneria con cui tratta tematiche che i due comici non conoscono, perché mai vissute in prima persona, in quanto bianchi, eterosessuali, privilegiati.
E non c’entra nulla il politicamente corretto, che anche il sottoscritto non ama e mai ha amato. Così come non si tratta di provocazione ad uso e consumo di chissà quale lettura socio-antropologica. Qui si tratta di buonsenso e responsabilità, perché tu comico stai parlando a milioni di italiani che da questa mattina si sentiranno ancor più autorizzati ad utilizzare gratuiti insulti, perché questo sono, nascondendosi dietro la maschera della scorrettezza, del ‘fatti una risata e non rompere i coglioni’.  Pio e Amedeo sostengono che non ci sia cattiveria nel linguaggio. Ma così non è, non lo è mai stato.
Ci sono parole che feriscono, il più delle volte, e a cui non puoi sempre replicare con un sorriso.
In un Paese normale bisognerebbe fare la guerra al gratuito utilizzo di quelle parole, e certamente non ai sorrisi mancati.
Dire il contrario nell’Italia di oggi, e dirlo in tv davanti a oltre 4 milioni di italiani, è banalmente indifendibile e inaccettabile.

Autore

Articoli correlati