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Roma, sì alla stepchild adoption per una coppia di mamme da parte del tribunale

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«Vivevo nel terrore, senza esagerazioni, che mi potesse accadere qualcosa o che potesse accadere qualcosa a nostra figlia. Vivevo nel terrore di non essere in grado di fare nulla: adesso con questa sentenza per quanto non si tratti di un’adozione piena, per quanto si sia dovuto ricorrere ad avvocati e tribunali per veder riconosciuto un diritto fondamentale, adesso, dopo quasi quattro anni, posso finalmente respirare». «La bambina che ho cullato, consolato, che ho visto crescere, che ha imparato a parlare anche insieme a me, che ho curato quand’era malata, che mi ha fatto commuovere perché con le sue manine mi faceva una carezza, la bambina che mi ha sempre chiamato mamma, adesso la mamma, l’altra mamma, ce l’ha per davvero, anche per lo Stato. Potrò stracciare la delega che mi permette di andare a prenderla a scuola. Potrò rifare i documenti, metterci anche il mio nome e partire con lei. Potrò esserle accanto senza che nessuno si possa domandare chi sono».

Così la giornalista Rory Cappelli, mamma non biologica quest’oggi finalmente riconosciuta come madre grazie ad una nuova una sentenza del Tribunale civile di Roma, che ha consentito alla stepchild adoption per una coppia di donne.
Mamme grazie alla fecondazione eterologa.
Fino ad oggi, però, solo una delle due era vista a tutti gli effetti come ‘madre’ dallo Stato italiano.
Poi, finalmente, l’ennesimo intervento di un tribunale, luogo in cui sempre più le famiglie omogenitoriali stanno trovando diritti.
Perché in assenza della colpevole politica, che si tura il naso e si copre gli occhi dinanzi alla società che la circonda, sono i giudici a dover intervenire.

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