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Perché vogliamo il matrimonio gay. Senza se e senza ma

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Un intervento tutto cuore, rabbia e sostanza, quello che ha visto sabato scorso Andrea Baroncelli protagonista, alla manifestazione “Le nostre vite, la nostra libertà”, di cui riporto qui di seguito il testo. Nel video in testa al post, invece, potrete ascoltare le sue parole a partire dal minuto 6. Parole da leggere e condividere, checché ne dicano quei parlamentari italioti che hanno avuto il coraggio di trasformarci in ‘specifica formazione sociale’. Detto ciò, un abbraccio Andrea.

Buongiorno a tutti,
mi chiamo Andrea Baroncelli. Il mio compagno, con il quale avevo condiviso progetti a lungo termine, è venuto a mancare il mese scorso per quello che fino a non molto tempo fa veniva elusivamente definito “un brutto male”.
Questa terribile esperienza, che ho voluto vivere con la stessa trasparenza con cui ho vissuto la mia relazione, è stata però anche illuminante, perché mi ha riconfermato il potere della inclusività e quanto essa possa ripagare nel momento della perdita. Innumerevoli sono state, infatti, le manifestazioni di affetto che ho ricevuto – vorrei sottolineare con particolare enfasi in questo contesto – dai colleghi e dai componenti della società rugbistica in cui gioco, a tutti i livelli e anche da parte di persone distanti dal mio universo per convinzioni e frequentazioni. E’ gente che si è avvicinata a me per la persona che sono, per l’impegno che profondo nelle mie attività e per quanto mi sforzo di essere un brav’uomo; persone che ho incluso nella mia vita affettiva senza opporre resistenza al loro interesse a parteciparvi, senza apporre tra me e loro diaframmi o mistificazioni. Un messaggio in particolare, tra i tanti che ho ricevuto, mi ha fatto riflettere: “Grazie per averci fatto conoscere un vero amore”, scrittomi da un compagno di squadra con moglie e quattro figli, perché tale è stato il mio amore, in assenza di qualunque forma di legittimazione, compensazione strumentale o vantaggio materiale.

Questo è il paese in cui credo: una comunità in cui persone come me, vivendo onestamente la propria esistenza, erodano dal basso le sovrastrutture nevrotiche e ideologiche alle quali il nostro stato viene tenuto forzatamente ancorato; individui che, intrecciando feconde relazioni umane, svuotino di contenuto le psicosi omofobiche (nonché il business di chi vi sta speculando sopra) mettendone a nudo pretestuosità e infondatezza; cittadini che, partecipando attivamente alla società, la pongano su di un ideale piano inclinato dove essa scivola dolcemente e in modo spontaneo verso la serena accettazione dei fatti nella loro evidenza: con ciò intendo l’esistenza di legami omosessuali, famiglie arcobaleno, coppie di fatto, quindi urgenza di relativi diritti e di annesse ufficializzazioni, nonché di una specifica educazione alla loro conoscenza.
Una Italia, dunque, in cui – contrariamente a quanto certuni paventano con toni allarmanti per occupare il proprio tempo in qualche modo – non è affatto una presunta “lobby gay” a tenere in piedi una esanime battaglia di uguaglianza che non interesserebbe a nessuno, come fosse una marionetta inerte i cui fili vengono mossi da entità segretamente eversive. Viceversa, a propugnare questa battaglia di civiltà sono i tanti che non vedono più obiezioni sensate ad essa e si convincono dunque sempre di più che a essere fiacche e afone, semmai, sono le polemiche rinfocolate da certi improvvisati salvatori della patria che si accaniscono per tenere in vita pregiudizi e discriminazioni. Significativo, peraltro, che la esistenza di questa “lobby omosessualista” (già il termine stesso è tutto un programma) venga asserita – guarda caso – proprio dalle più potenti e accertate consorterie che tengono in mano i gangli vitali del nostro paese.

In più occasioni ho poi ripagato con altrettanta inclusività, in particolare quando il mio compagno ha affidato a me l’accesso alla sua cartella clinica. Non era pensabile che i familiari venissero totalmente estromessi dall’andamento della sua degenza, pertanto ho acconsentito a che essi fossero quotidianamente informati, seppure con le dovute omissioni. Mi sono poi messo totalmente a loro disposizione sul piano logistico quando il quadro medico ha cominciato ad aggravarsi, e anzi ho incoraggiato la loro partecipazione, anche sostenendola materialmente. Ho agito così, pur nella piena consapevolezza che – come avvenuto in innumerevoli casi – a parti invertite molto probabilmente le cose non sarebbero andate allo stesso modo, perché è forte in me il senso della famiglia, del suo valore e della sua legittimità: non mi riconosco in nulla di quel ruolo antagonistico da distruttori che La Croce, Giuristi per la Vita, Sentinelle in Piedi (e altri ancora) confezionano ad arte e assegnano forzatamente a noi omosessuali. Nessuno di noi si compiace di tagliare ponti, compromettere equilibri o recidere legami e men che meno di dover gestire doppie identità, una per la famiglia e una per gli amici.

Questo è proprio quanto ho visto fare, invece, al mio compagno, anch’egli mosso quanto me dal desiderio di mantenere saldo il proprio legame familiare; ma se per me ciò ha significato mettere i miei genitori e mio fratello al corrente della mia vita affettiva, per lui ha significato invece accettare il doloroso compromesso del più assoluto riserbo sulla propria sfera privata. Una misura che ho sempre ritenuto eccessiva, fino a che non ho partecipato al suo funerale, celebrato nel paesino di origine della sua famiglia, al quale era legato da un rapporto conflittuale ma complessivamente più di amore che di odio. Sentire ancora nel 2015 un sacerdote parlare del suo tumore come di un “doveroso purgatorio in terra” (proprio così) e auspicare che lo strazio della malattia lo abbia indotto alla espiazione (di non si sa cosa) mi ha chiaramente mostrato le ragioni per le quali quella drastica scelta è stata più che fondata. Parole inumane nonché arbitrarie (perché, a ben vedere, nemmeno conformi alla dottrina di fede professata in quel luogo) che mi hanno però reso ancora più orgoglioso di avere portato il mio uomo in un ospedale, il San Paolo qui a Milano, dove è stato seguito con cura, in un contesto laico totalmente rispettoso della sua dignità, nel quale il mio timore che qualche malinteso senso della obiezione di coscienza potesse riservargli un trattamento da paziente di seconda categoria è stato dissipato da una ferrea deontologia professionale e in cui, anzi, una efficace terapia del dolore gli ha reso più tollerabile il trapasso, come è e deve essere pieno diritto di chiunque. I medici non lo hanno colpevolizzato per aver posticipato il ricovero dopo una crociera, rispettando così quella che – di fatto – è stata una sua implicita scelta di fine vita. L’unica cosa che mi rammarico di non aver potuto fare è abbreviare le sue ultime quattro ore di angoscia, come egli stesso mi disse che avrebbe voluto fosse fatto in un caso simile.

Ho adempiuto a tutto questo unicamente guidato dal mio amore e dai miei imperativi etici, senza la garanzia di alcun tornaconto personale. Fino all’ultimo il mio compagno mi ha significato la propria frustrazione per non poter disporre dei propri averi in libertà e di avere addirittura ipotizzato improbabili matrimoni con amiche per recuperare indirettamente questo proprio diritto, non potendolo esercitare con me. Ciò non deve più essere e dobbiamo anzi reclamare il nostro diritto a vivere questi casi della vita così come generazioni di persone prima di noi hanno potuto fare, cioè senza dover rinunciare a nulla. Non dobbiamo accettare di piangere il nostro caro di fronte a una tomba che non lo rappresenta perché chi l’ha allestita non ha ritenuto attendibili le disposizioni che potevamo riferirgli in tal senso, né dobbiamo accettare di vederlo additato in termini ai limiti del vilipendio puro da un prete che non lo conosceva, in una cerimonia religiosa sopra le righe, quando poi è evidente che il defunto avrebbe voluto una commemorazione laica. Inoltre, nessuno deve essere obbligato ad accollarsi oneri con eroica abnegazione e io per primo che ho scelto di farlo non chiederei a nessun altro di fare altrettanto. Infine, nessuno deve vivere la umiliazione di essere trattato come un mezzo sconosciuto da chi, in un estremo tentativo di recuperare in modo postumo il proprio rapporto labile col defunto, si arroga il diritto esclusivo di averlo conosciuto quando invece ne ha avuto solo la immagine che le sue stesse convenzioni sociali lo limitavano ad avere.

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