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#RomaPride2015, 300.000 persone in festa per chiedere DIRITTI

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C’erano tutti, ma davvero tutti, al Roma Pride 2015.
C’erano le famiglie Agedo, come al solito meravigliose.
C’erano le famiglie arcobaleno con passeggini e magliette fucsia, c’erano i bear, i pansessuali, le lesbiche, i bisessuali, i leather, i poliamore, i gay cattolici.
C’erano persino i BOY SCOUT, che dopo la messa in Vaticano da Papa Francesco si son divertiti lungo il corteo, sventolando cuori di carta ed applaudendo i partecipanti.
C’erano tanti etero, tanti bimbi, tanti anziani, tanti giovani.
C’erano le drag queen e le transessuali, c’erano una marea di carri, di fotografi, di curiosi e un fiume di gente, che si è riversata nel centro di Roma per chiedere diritti.
Diritti umani che ad una parte di popolazione ancora oggi vengono schifosamente negati.

C’era il Sindaco di Roma, ancora una volta. Ignazio Marino era lì, in prima fila con la sua Giunta.
Una presenza sottovalutata, visto e considerato che per decenni nessun Sindaco aveva mai accettato l’invito di partecipare al Pride. Per Marino siamo alla 2° partecipazione di fila, dopo aver promesso ed approvato il registro delle unioni di fatto e quello dei matrimoni gay contratti all’estero. C’erano i politici di centrosinistra, la CGIL, Microsoft, la birra Ceres e ACEA, c’era tanta bella gente. Sorridente, felice, a volte un po’ ubriaca, divertita e colorata.
C’era quella parte di Italia che chiede poco o niente, se non diritti e doveri.

C’era la grande bellezza di una città eternamente ancorata al suo bigottismo clericale, ma che vorrebbe voltare pagina, scattare di qualche metro e farsi strada tra i Paesi occidentali e realmente civili. Se solo la cieca politica glielo permettesse.
C’era un movimento glbtq troppo spesso in guerra, pronto a scannarsi e il più delle volte disunito, eppure in questo caso, almeno una volta l’anno, riunito sotto un’unica bandiera.
C’era una piacevole aria di cambiamento che si respirava, tra un carro e l’altro. Forse di consapevolezza che qualcosa, dai e dai, sta realmente mutando. C’era quindi una festa ancor più festa del solito, perché tra i tanti ragazzi degli anni ’90, orgogliosamente in piazza con la loro bella faccia colorata, si scovava l’espressione della normalità. Volti ‘cresciuti’ con il Pride che nulla hanno da ridire nei confronti di questa decennale manifestazione di libertà che nel corso di mezzo secolo ci ha condotti dove siamo ora. Perché senza questa pseudo ‘carnevalata’ che tanto fa girare le scatole ad omofobi e repressi, chissà dove saremmo. Ora. Sicuramente non qui. A poter sognare il matrimonio omosessuale, ultima tappa di una via crucis dei diritti che nel Bel Paese sta finalmente prendendo vita. Con vista su un Colosseo circondato dai cuori.

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