Angelo Gerardo Leggieri, il gay malmenato a Muccassassina che aspetta ancora giustizia (e collaborazione glbtq)

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Sono passati più di due mesi dalla notte che ha visto Angelo Gerardo Leggieri preso a calci e a pugni al Qube, nella serata Muccassassina.
Al 3° piano, da un branco di balordi e dinanzi alla sicurezza, incredibilmente ‘distaccata’.
Angelo tornò a casa con una frattura alle ossa nasali, una contusione cranica, una costola rotta e tre incrinate (qui la sua ‘cronaca’).
In due mesi, incredibile ma vero, non si è riuscito a far luce sui fatti avvenuti quella notte, in una serata gay. Anzi no, all’interno della serata gay che da sempre finanzia il Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli. Due mesi di omertà assoluta in cui le associazioni glbtq capitoline, roba da pazzi, se ne sono tendenzialmente lavate le mani. Questa è infatti la ‘denuncia’ partita da Angelo, che chiede oggi di poter riaccendere i riflettori sul caso per scovare finalmente quegli schifosi omofobi che lo pestarono davanti a decine di persone, vicino al bar del 3° piano della storica Mucca romana.

‘Angelo, perdonami, ma non hai chiesto aiuto a qualche associazione? Aiuto legale, soprattutto’.
‘Certo che sì. Fabrizio Marrazzo mi ha contattato, inizialmente. Ho parlato con i loro avvocati. Prima mi dissero che avrebbero collaborato con il mio per poi cambiare versione. Se non mi facevo seguire esclusivamente da loro non mi avrebbero aiutato. Vista la poca attenzione che mi hanno rivolto al primo incontro ho preferito lasciar perdere’.

E il Mario Mieli, invece. Chi se non loro per far luce su un caso che è avvenuto all’interno della serata che lo finanzia.
‘Sai io conosco molto bene il Circolo, ho lavorato più volte con la Karl, con Paskal Dj. Ho subito mandato loro una mail spiegando quanto fosse successo al Mucca ma per una settimana non si è fatto sentire nessuno. Poi Paskal ha pubblicato le mie foto su Facebook, tu le hai pubblicate sul blog insieme alle mie parole ed è esploso il putiferio web. Solo a quel punto si sono fatti sentire per organizzare un incontro. Arrivato, la prima cosa che mi hanno chiesto era cosa volessi da loro. Mi hanno spiegato che non sono loro a gestire la sicurezza, e anche se sono loro a fare la selezione all’ingresso quella sera c’erano le prevendite. Hanno messo avanti le mani su tutto. Io ho chiesto solo due cose: la prima di non minimizzare quanto successo e l’altra di provare a raccattare più foto possibili della serata, in modo da poter io riconoscere i miei aggressori. Avrebbero potuto farlo tramite il loro sito, chiedendo al pubblico di inviarle. Ma invece si sono accontentati di non parlarne. Non hanno rilasciato dichiarazioni scritte. Hanno rilasciato solo un’intervista sull’argomento, a Radio Stonata, spiegando che non ne hanno parlato troppo perché questo caso non sarebbe a loro avviso ‘troppo rappresentativo’. Cosa dovevo fare per essere rappresentativo, morire? Avevo chiesto di farmi avere le foto della serata non pubblicate sul sito, e invece hanno consegnato all’Ispettore solo le foto che erano già on line. Sui video neanche a parlarne. Loro dicono che dentro il Qube non ci sono telecamere mentre i video esterni di sorveglianza verrebbero cancellati dopo 48 ore. Ma io avevo scritto loro entro le 36 ore dopo il pestaggio’. ‘Mi avevano poi assicurato che avrebbero fatto delle indagini interne per capire se qualcuno avesse visto qualcosa ma io conosco molti ragazzi che lavorano a Mucca, e neanche sapevano che fossi io quello pestato’.

Quindi nessuno è stato beccato. Assalitori ne’ addetti alla sicurezza. A due mesi dal fattaccio.
‘Ad oggi no’. ‘Sono in attesa che l’Ispettore si rifaccia vivo’. ‘Io ho una foto dei ragazzi che mi hanno pestato. Li ho riconosciuti. L’ho fatta girare privatamente e sono venuto a sapere che dovrebbero vivere nella zona di Cinecittà e che frequentano lo stadio in quanto dovrebbero essere tifosi della Roma. Stop. L’ho detto all’Ispettore che è stato molto disponibile e che ha preso davvero a cuore la questione, ma lui è stato chiaro e me l’ha detto: ‘guarda, sarà molto difficile riuscire a identificarli se chi gestisce la serata non collabora in maniera completa.

Testimoni oculari del pestaggio? Quanti siete.
‘Ovviamente io e la mia amica, che era con me al momento dell’attacco. Poi di gente che mi ha visto lì nel locale, pieno di lividi, ce n’è. La mia amica, poi, urlava alla sicurezza di intervenire, ma quest’uomo non si è mosso di un centimetro’.

Ma te, invece, come stai. Fisicamente, psicologicamente. Sei riuscito a riprenderti?
‘Io mi sono fatto 61 giorni di prognosi. Non posso fare sport di nessun tipo. Non sto lavorando perché facendo teatro firmo contratti all’ultimo minuto, e stando male non me li hanno neanche proposti. C’era un progetto di lavoro che è ovviamente saltato. Una situazione abbastanza pesante. Ora come ora non chiedo nulla se non che si torni a far luce sul caso, mettendo anche un po’ di pressione a chi da due mesi dirige l’indagine e non mi riferisco all’ispettore in prima persona, ma all’istituzione che dovrebbe dargli i mezzi per lavorare nel migliore dei modi. Perché, se nessuno ne parla più, si moltiplicano le probabilità che la denuncia venga archiviata senza che i colpevoli siano individuati. Mi è già successo 5 anni fa, per una cosa meno grave e in quel caso avevo anche targa e modello della loro auto.

Qualcuno che ti ha aiutato, in tal senso, c’è?
‘Sì, alcuni giornalisti partiranno presto con una inchiesta ed in particolare Danilo Tobi ha aperto una pagina FB sulla lotta all’omofobia, per cercare anche di raccogliere informazioni su quanto avvenuto quella notte e sta ancora oggi seguendo il mio caso. Presto ci saranno anche degli eventi di sensibilizzazione in giro per l’Italia. Lui non molla. Poi ho chiesto un appuntamento all’Assessore per le pari opportunità e la sicurezza Ciminiello, mi hanno risposto dicendo che mi incontreranno volentieri, adesso aspetto la data ufficiale. Poi c’è la ciliegina sulla torta. La denuncia che ho presentato è anche per rapina, perché questi mentre mi pestavano mi hanno rubato gli occhiali, una collana e la cintura a cui era legato il sacchetto con alcune cose dentro tipo i soldi e vari oggetti personali. E la cosa è anche più grave perché per la legge italiana ti meriti pene più pesanti se ti rubano qualcosa rispetto ad una gamba spezzata. Una barzelletta’.

Per l’appunto, una barzelletta.
Ora dico io. Se ci fosse una ‘classifica omofoba’ in testa alla chart troveremmo probabilmente le ‘botte’ all’interno di un locale gay. Con distacco. Perché è assurdo, inconcepibile e inammissibile essere pestati in ‘casa propria’. Tra le proprie mura amiche, dove dovremmo essere al sicuro, lontano da qualsiasi rischio. In questo caso le mazzate ci sono state, da parte di più persone e davanti a chi viene pagato per garantire ‘sicurezza’. Angelo meritava allora e merita oggi uno straccio di giustizia, ma soprattutto un briciolo di aiuto da parte di quell’associazionismo glbtq che troppo spesso fa distinzione tra vittime da omofobia di serie A e di serie B. Perché ci sono quelli che giustamente si meritano le pagine dei giornali, le ospitate in tv, gli avvocati e un sostegno a 360° e chi invece ha avuto la sfiga di ritrovarsi al momento giusto nel posto sbagliato. Immediata la replica del Mario Mieli, per voce del presidente Andrea Maccarone, che da me interpellato ha così replicato alle parole di Angelo:

Posso affermare in totale tranquillità che il Circolo Mario Mieli, dopo aver incontrato Angelo, si è subito messo a totale disposizione della magistratura e delle Forze dell’Ordine che stanno lavorando alla ricostruzione dei fatti fornendo tutto il materiale richiesto. Non è mai stata ne sarà mai nostra intenzione minimizzare i fatti, ma ripeto essendoci un indagine in corso stiamo aspettando che gli inquirenti svolgano il loro lavoro.  Come saprai  questo episodio è già stato oggetto di speculazioni, come il caso di quel Davide che spacciandosi per un ex membro del Mieli rilasciava interviste rivelatesi del tutto prive di fondamento“.

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