Pathfinder: La leggenda del Guerriero Vichingo, Recensione in Anteprima!

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Pathinder: La leggenda del Guerriero Vichingo
America del Nord.
600 anni prima che Colombo raggiuna e scopra quelle incontaminate coste, una battaglia sanguinaria si svolge tra gli indiani del posto e dei vichinghi provenienti da misteriose terre norvegesi.
Finita la battaglia un piccolo bambino vichingo resta sul luogo dello scontro.
Adottato dai nativi, anche se diverso, diventa uno di loro, un Wampanoag.
Dopo 15 anni il piccolo bimbo vichingo, diventato Ghost all’interno della tribù, per via della pallida pelle, cerca ancora di sfuggire al suo passato, a quei ricordi di sangue che fugacemente lo tormentano.
Ma il mare porte brutte sorprese.
Nuove navi “drago” si intravedono all’orizzonte.
Nuovi vichinghi tornano a spargere sangue e terrore.Tornato ad essere un sopravvissuto in fuga assetato di vendetta, Ghost seguirà la guida del mentore Pathfinder, anziano sciamano che riuscirà a prevedere il suo destino, quello di invincibile eroe che riuscirà da solo a sconfiggere tutti i vichinghi, diventando il salvatore del suo popolo.
Prendete Pocaonthas, Conan, Rambo e Apocalypto, miscelateli bene, aggiungeteci un pizzico di un qualsiasi tv movie del ciclo Alta Tensione di Canale 5, e versate il contenuto. Risultato? Ovviamente Pathfinder!
Diretto da Marcus Nisper, regista dell’ottimo remake di Non aprite Quella Porta, questo Pathfinder, remake di una pellicola norvegese del 1987, Ofelas, che a suo tempo ottenne anche una candidatura all’Oscar come Miglior Film Straniero, entra di diritto nella corsa al titolo di peggior film della stagione.
Escluse l’ottima sgranatissima fotografia e le splendide scenografie naturali dei parchi di Vancouver, questa pellicola andrebbe immediatamente cestinata.
I dialoghi della sceneggiatura sono al limite dell’imbarazzo, gli effetti speciali in CGI sono probabilmente i peggiori visti al cinema negli ultimi 5 anni, per non parlare dell’utilizzo mostruoso dei rallenty, dei clichè che prendono in esame i Vichinghi, che sembrano essere usciti da Fantaghirò, perennemente ricoperti da enormi armature, praticamente mai visibili in viso, sempre con elmi indosso e addirittura capaci di fare mostruosi ruggiti.
La storia è totalmente priva di pathos e follemente prevedibile.
Spesso si passa dal giorno alla notte, dalla neve alle margheritine, da un set all’altro nel giro di due secondi, lasciando sgomento lo spettatore che passa tutta la durata della pellicola a chiedersi: “ma come han fatto a spendere 45 milioni di dollari per un film simile?”.
Si potrebbe poi scrivere un romanzo sull’inespressibità di Karl Urban.
Clamoroso deregliamento di Marcus Nisper che, con un ottimo passato nel mondo dei videoclip e degli spot tv, ha clamorosamente mischiato i generi, dando vita ad un vero e proprio pastrocchio.
Floppone ai botteghini Usa, sicuro trionfatore alle prossime Pernacchie d’Oro, futuro trash movie.
Scena clou: l’assalto agli idiani nativi di un orso bruno dentro una caverna, sembra una parodia… ma ainoi, non lo è!

Voto:2

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