Pride dall’11 dicembre al cinema – la storia vera dietro il film: parlano regista e sceneggiatore

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Ve ne ho già parlato giorni fa, con una recensione ‘celebrativa’ ad hoc, ma a pochi giorni dall’uscita nei cinema d’Italia (11 dicembre) torno ad occuparmi di Pride, gioiello britannico che tutti voi, gay o non, dovrete andare a vedere in sala.
Ieri sera Fabio Fazio ha fatto un’ampia e meritata pubblicità al film, basato da una clamorosa storia vera ed ambientato in piena era Thatcher, durante lo storico sciopero dei minatori inglesi del 1984. Degli attivisti del movimento gay, spinti dalla solidarietà verso chi, come loro, lottava contro il sistema, decisero di raccogliere fondi per gli scioperanti del Galles. I minatori, però, accolsero con diffidenza l’iniziativa, considerando il sostegno di lesbiche e gay inopportuno e imbarazzante. Ma l’incontro fra i due mondi, difficile per non dire esplosivo, si trasformò in un’entusiasmante amicizia. Accolta trionfalmente al Festival di Cannes e salutata da un enorme successo di pubblico in patria, Pride è meritatamente diventato uno dei casi cinematografici dell’anno. A seguire potrete leggere le parole del regista dello sceneggiatore, legate alla produzione e al perché una storia così inimmaginabile meritasse l’adattamento cinematografico.

NOTE DI REGIA
di Matthew Warchus
La forza dell’unione
Quello di Pride era un copione a cui era impossibile dire no. Mi ha fatto ridere, mi ha sorpreso e divertito di continuo, e alla fine mi ha commosso. Combattere per il diritto di lavorare sotto terra in condizioni spaventose sembra difficile oggi da capire, ma nel 1984 i minatori sapevano che quello era tutto ciò che avevano, per la loro generazione e per quelle a venire. Ma il loro sciopero, ora lo sappiamo, non era solo una questione economica, bensì uno scontro chiave in una guerra ideologica più ampia: il bene comune contro l’interesse personale, la società contro l’individuo, il socialismo contro il capitalismo. Pochi anni dopo lo sciopero, Margaret Thatcher disse che non esisteva una cosa come la società, ma esistevano semplicemente gli individui e le famiglie. I protagonisti di Pride credono fermamente nel contrario, credono nella forza dell’unione. E non si tratta solo dell’unione tra due diverse comunità o tra due generazioni, ma di una solidarietà universale, in nome di un orgoglio che è diritto di tutti. Il fatto che oggi tutto ciò ci colpisca è la prova di quanto negli anni ci siamo allontanati da quello spirito.
Una commedia romantica?
Entrambi i gruppi protagonisti del film (il movimento LGSM e i minatori gallesi) hanno di certo una visione politica, ma è la loro umanità a essere così coinvolgente. Pride trascina il pubblico verso concetti più ampi di generosità e comprensione reciproca. Mentre montavo il film ho capito che Pride, nel descrivere lo sviluppo di una relazione tra due opposti che in qualche modo oltrepassano gli ostacoli che li dividono, si stava rivelando una classica commedia romantica. Solo che non si trattava di una relazione tra due persone, bensì tra due gruppi, tra due comunità, guidate non dall’amore romantico ma dalla solidarietà.
Generazioni
Lo scontro di culture raccontato dal film è anche uno scontro generazionale. I personaggi gallesi interpretati da Bill Nighy, Imelda Staunton e Paddy Considine sono in qualche modo le figure più “mature” della vicenda, e si crea un contrasto vitale quando arrivano i ragazzi da Londra. Lo stesso è successo sul set, dove
questo gruppo di attori giovani, esuberanti e pieni di energia, conviveva con interpreti dalla grande esperienza. Questi ultimi erano galvanizzati dai colleghi più giovani e i giovani erano spinti a dare il massimo per raggiungere gli standard altissimi di Bill o Imelda. Il risultato è stata una performance d’insieme davvero straordinaria.


Shame Shame Shame
La scena del ballo di Dominic West rappresenta un momento chiave del film, poiché fino ad allora da parte della comunità dei minatori c’è una certa resistenza verso il movimento LGSM e questi stessi cercano di mantenere un profilo basso. Un profilo basso, però, non è nello stile di Jonathan Blake, il personaggio interpretato da Dominic, il cui atteggiamento è: “Sono quello che sono, faranno bene ad accettarlo”. Così sceglie una canzone (Shame Shame Shame) e inizia a ballare, rompendo il ghiaccio. Non volevamo che la scena fosse troppo coreografata, ma Dominic riderebbe di questa dichiarazione, avendo impiegato un sacco di tempo a imparare i passi!
L’orgoglio del Galles
Abbiamo girato in Galles nelle location reali dove tutto è successo davvero. Non avremmo potuto trovare un posto migliore, con la stessa forza visiva. Guardare le foto d’epoca con i veri protagonisti affisse sui muri della welfare hall è stato commovente e ha enfatizzato il senso di responsabilità che avevamo di essere onesti nel raccontare questa storia, rendendo onore a ciò che è accaduto in quei luoghi. Oggi le miniere non esistono più, ma il senso di quel passato e il modo in cui le cose sono profondamente cambiate hanno lasciato un’impronta forte al film. Durante le riprese, alcuni abitanti del villaggio sono venuti a dirci che ricordavano il movimento LGSM e dai loro sguardi si capiva l’orgoglio di essere stati parte di una storia così importante.

NOTE DI SCENEGGIATURA
di Stephen Beresford
Una storia incredibile
Molte persone non credono a questa storia quando la sentono per la prima volta e lo stesso è successo a me. Ma sapevo anche che, se fosse stata una storia vera, sarebbe stata a dir poco incredibile. Spinto dalla curiosità, anni fa avevo fatto delle ricerche, trovando pochi documenti. Poi mi capitò di leggere un libro con un passaggio dedicato a Mark Ashton, che confermava tutto. A quel punto sapevo che avrei dovuto mettere questa storia su carta. Poi ho scoperto che il movimento LGSM (Lesbians and Gays Support the Miners) aveva prodotto un video in proprio, che sono riuscito a trovare e che è stato l’inizio di tutto.
L’archivio ritrovato
C’è stato parecchio lavoro di ricerca da fare, tanto più che le informazioni disponibili erano scarse. Il video che avevo visto era quasi amatoriale e si capiva come i militanti di LGSM fossero giovani e senza esperienza, al punto da non rispettare alcune regole fondamentali del reportage, come quella di indicare i nomi di chi parla. C’erano solo dei ringraziamenti alla fine, così mi sono segnato i nomi che non conoscevo e ho provato a contattare gli interessati via Facebook. Tutti mi
dissero che dovevo parlare con Mike Jackson, che all’epoca era il segretario del movimento e aveva archiviato tutto, dai verbali delle assemblee ai ritagli di giornale. Per me fu come scoprire la tomba di Tutankhamon.
Tutta la verità
Dopo aver incontrato tutti i membri di LGSM che potevo incontrare ed essere stato in Galles per parlare con le comunità di ex minatori, dissi a tutti che c’erano degli avvenimenti che avrei dovuto cambiare nella sceneggiatura, ma ognuno capì che questo tipo di licenze artistiche sono necessarie. Tuttavia, una volta iniziato a scrivere ho capito che volevo e dovevo ancorare l’intero copione alla verità, senza allontanarmene. È una storia incredibilmente importante e credo che il movimento LGSM abbia abbattuto senza volerlo delle barriere e portato i diritti di gay e lesbiche a essere riconosciuti e custoditi dalla stessa comunità LGBT, dal Partito Laburista e dalle Federazioni Sindacali.
Ieri e oggi
La serata Pits and Perverts fu uno dei primi grandi eventi condivisi da gay e etero. Vedere poi dei minatori arrivare con i pullman al Gay Pride londinese del 1985 è stata una pietra miliare nella storia della nostra società. L’incredibile differenza tra queste due comunità è difficile per noi da capire. Tutti i membri del LGSM avevano abbandonato le comunità operaie a cui appartenevano, sapendo che una volta dichiarata la propria omosessualità non sarebbero più stati accettati. Ci sono molte cose che oggi diamo per scontate, dimenticando come tutto fosse diverso una volta. Tutto ciò ha rappresentato una sfida per me e nel copione ho cercato di far capire chiaramente come il Gay Pride del 1984 fosse un evento politico e anche indossare un certo tipo di vestiti fosse un atto politico.

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