Più buio di Mezzanotte – una grande occasione persa

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C’era grande attesa per l’arrivo al Festival di Cannes di Più buio di Mezzanotte, opera prima di Sebastiano Riso uscita giovedì in poco più di 20 sale d’Italia.
Un progetto a lungo cullato dal regista, che se l’è autoprodotto quando nessuno ci voleva credere, impiegando 3 anni per realizzarlo.
Difficoltà che esplodono sul grande schermo dinanzi ai tanti, troppi difetti della pellicola, chiamata a tramutare in immagini la vita di Davide Cordova, in arte Fuxia, mitica drag queen della Muccassassina di Roma.
A infastidire maggiormente l’incredibile scelta temporale dell’opera, solo teoricamente ambientata nella Catania degli anni ’80. Perché compaiono cellulari, televisori di nuova generazione, automobili di questi ultimi anni, da alternare a look decisamente anni ’80, 33 giri, un degrado cittadino evidentemente passato e un’idolatria per Donatella Rettore che solo 30 anni fa poteva avere senso. Non si spiega proprio come sia possibile il passaggio temporale da un’epoca all’altra, visto e considerato che il giovanissimo e bravissimo protagonista sempre ragazzino rimane, anche dinanzi ai salti di montaggio che ci mostrano la sua esistenza prima e dopo la fuga, da intuire grazie al taglio di capelli e al cambio della potente fotografia. La Catania ‘senza tempo’ di Riso non viene esplicitata, motivata e resa sensata, rimanendo in un buco nero cronologico, che frulla periodi storici e realtà cittadine per forza di cosa differenti. Entra poi in gioco un altro passo falso, vedi l‘inesistente approfondimento nei confronti della vita familiare di Davide, che non può e non dovrebbe essere secondaria. Il rapporto con il padre, a dir poco centrale perché causa scatenante del suo malessere, dei suoi tentati suicidi e della sua fuga da casa, viene appena sfiorato. 3 scene suddivise nei 3 atti e tanta fantasia da parte dello spettatore. Quello con il fratellino minore, geloso per il rapporto che ha con la madre, neanche accennato. Quello con la nonna nasce e muore in un abbraccio. Ed anche l’unione profonda che lega Davide alla cieca mamma Ramazzotti, dolce ma succube del violento marito, entra ed esce dalla storia con troppa ed infelice rapidità. Nel mezzo c’è il pellegrinare del 14enne dal volto angelico e asessuato per i vicoli di Catania, tra prostitute, transessuali, travestiti, marchette e papponi, che diventano di fatto la sua ‘vera’ famiglia. Il suo primo bacio ‘rubato’, la sua prima volta, il colpo di fulmine nel vedere la sua prima drag queen (la reale Fuxia), gli assurdi furti al supermercato, ed ovviamente l’omofobia dilagante in famiglia, con genitori e parenti stretti che non riescono proprio ad accettare l’omosessualità dei propri figli. Ma in quale Catania ‘temporale’ avviene tutto ciò, quella degli anni ’80 o quella del 2014? Domanda tutt’altro che secondaria eppure senza risposta, perché figlie di una produzione evidentemente frenata dai limiti economici e da scelte registiche decisamente discutibili (12 le stesure della sceneggiatura, e si vede). Realtà cinematografica che dispiace, perché Riso si concede un paio di scene di pura poesia, toccanti e ben organizzate, vedi il lungo piano sequenza che vede Davide presentato ai ‘freak’ della città, per poi scivolare su errori imperdonabili, anche se digeribili vista la prima volta dietro la macchina da presa. Ciò che ne rimane è un’enorme occasione persa.
Per la storia, raccontata male ma pregna d’interesse; per i suoi protagonisti, con il debuttante Capone semplicemente meraviglioso; e soprattutto per la tematica di fondo, mai così attuale anche se presentata nel 2014, visti gli insulti che continuano a piovere dalle più alte cariche dello Stato nei confronti del ‘diverso’, leggi Maurizio Gasparri contro la drag barbuta Conchita Wurst. Insomma, quando si dice (con grande dispiacere) un film a metà.

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