Il Gioiellino – di Andrea Molaioli: Recensione in Anteprima

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Il Gioiellino
Recensione in Anteprima
Uscita in Sala: 4 marzo
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“A parte quei 14 miliardi di buco, l’azienda è un gioiellino“. Parole attribuite anni fa a Callisto Tanzi, fondatore della Parmalat, ex ‘colosso’ finanziario letteralmente crollato in una voragine che ha fagocitato migliaia di investitori, truffati da bilanci gonfiati, plusvalenze calcistiche, inciuci politici/bancari e giochi di prestigio economico tanto illegali quanto all’ordine del giorno finanziario.

Prendendo spunto dal crac più famoso dell’economia nazionale degli ultimi anni, Andrea Molaioli torna finalmente in sala quattro anni dopo il meritato boom di critica e di pubblico de La Ragazza del Lago con Il Gioiellino. Nel farlo pennella un’Italia di provincia, riuscita in pochi anni a sbarcare in Borsa e a tenere in scacco i mercati mondiali grazie a un inesistente conto realizzato con scanner e bianchetto. Nascondendosi dietro i ‘valori’, tanto sbandierati quanto avvelenati da una gestione aziendale da galera, e perfettamente rappresentati da una ‘Bibbia’ di plastica che fa bella mostra nella sala d’attesa della casa privata del Presidente del Consiglio, il Gioiellino di Molaioli a tratti annoia, angoscia ed inquieta, perché maledettamente reale e fastidiosamente attuale, ponendo al centro della scena non tanto il ‘Presidente’ dell’azienda, bensì l’irrequieto, stakanovista e solitario ‘ragioniere’, autentica ‘mente’ del crac che ha lo straordinario volto di un Toni Servillo sempre più monumentale.

La Leda, acronimo di Latte e Derivati Alimentari, è una delle tante aziende italiane riuscite negli ultimi anni ad espandersi in 5 continenti. Quotata in borsa e in perenne espansione verso nuovi mercati, la Leda si mostra agli occhi del mondo come un autentico ‘gioiellino’. Fondata da Amanzio Rastelli, l’azienda ha un tessuto prettamente famigliare. Ai posti di comando ci sono il figlio, la nipote e alcuni manager di fiducia, tra i quali un ragioniere, neanche laureato, ‘reale padrone’ di casa perché mente pensante di qualsiasi intreccio riguardante affari e finanze. E’ lui la mente che trasforma una società ad un passo dal fallimento in una delle aziende più stimate in Italia e all’estero. Peccato che le scelte fatte si rivelino sbagliate, il management inadeguato e il buco debitorio sempre più enorme, tanto da portare banche e politici a voltargli le spalle. La voragine è immensa ed è pronta ad inghiottire tutto, portando così i vertici all’ultima follia manageriale. I soldi non ci sono? E allora inventiamoceli…

Un caso spinoso, ancora attuale, a due anni dal crac finanziario che ha portato il mondo sull’orlo della recessione. Molaioli sceglie con coraggio il tema principale del suo secondo film da regista. Dopo il ‘giallo’ di provincia de La Ragazza del Lago, il regista passa ad una storia paradossalmente ancor più criminale, perché riuscita a distruggere finanziariamente migliaia di famiglie, facendoci scoprire immediatamente colpevoli e vittime, tessendo i fili di una trama a tutti conosciuta con cura e pazienza.

Proprio perché già ‘nota’, nel suo inevitabile epilogo, la vicenda narrata avanza in modo tentennante. Il film, dispiace dirlo, troppo spesso annoia, nel rappresentare e mostrarci i vari step che hanno visto la Leda prima decollare, toccare il cielo con un dito e volare sempre più in alto, per poi crollare vertiginosamente, schiantandosi a terra. Fasi per l’appunto già conosciute, ovvie, appesantite da uno script a tratti poco scorrevole e da un montaggio decisamente affine all’imponenza del tema trattato. D’altronde Molaioli non è Sorrentino, e Il Gioiellino non è Il Divo. Entrambi pellicole dal taglio politico e d’inchiesta, ma ‘ritmate’ in maniera decisamente differente dai due registi, qui accomunati non solo da alcune scelte registiche, e ‘musicali’, ma soprattutto da uno splendido e straordinario Toni Servillo.

E’ possibile che in Italia non si possa più fare un film impegnato senza Servillo? Domanda lecita, risposta sincera. Da tre anni a questa parte Servillo si è impossessato del cinema nazionale. Del cinema d’autore. E l’ha fatto con merito. Sembra incredibile a dirsi, ma l’attore si è ancora una volta superato. Il suo Ernesto Botta, vero protagonista del film, è magnifico. Un uomo che vive per il lavoro, che non vive al di fuori del lavoro. Un uomo solitario, silenzioso, irrequieto, ignorante nei modi ma astuto nel costruire castelli di carta finanziari. Un uomo che da’ vita ad un crac da 14 miliardi di euro sbandierando quei ‘valori’ ostentati e con orgoglio dichiarati dai vertici dell’azienda. Un uomo che non ha timore di niente e di nessuno, che attacca per non essere attaccato, che si presenta in manette ai giornalisti schierati augurandosi ” una morte lenta e dolorosa per voi e le voste famiglie. Servillo è una maschera del ‘male’, dietro la quale vive un personaggio misterioso, freddo, duro, che tiene letteralmente per le palle il ‘reale’ Presidente della Leda, Amanzio Rastelli, interpretato da un splendido Remo Girone , felicemente ritrovato, debole provinciale nel suo essere ancorato a pseudo ‘valori’ offuscati dai miliardi e seriamente convinto che prima del profitto ‘ci sia sempre l’etica’. L’etica della truffa sistematica. Al loro fianco una Sarah Felberbaum convincente e meritevole di maggiore attenzione dal cinema nazionale.

Trascinati in un’Italia che purtroppo è reale, tra falsi in bilancio che non sono più reato e loschi affari in cui è sempre e solo la politica ad asfaltare il percorso da intraprendere, Il Gioiellino di Molaioli mette in mostra un cinema di ‘qualità’, tecnicamente pregiato e ben costruito, tra ampi movimenti di macchina, primi piani stretti e le splendide ed incalzanti musiche di Teho Teardo, che decollano in una delle scene clou del film, quando Sorrentino verso il finale sembra sostituire Molaioli, se non fosse per l’argomento trattato, a volte eccessivamente ‘tecnico’ nello spiegarsi e ripetitivo nel raccontarsi, tanto da risultare poco scorrevole e a tratti noioso, e per questo decisamente poco appassionante nei confronti dello spettatore. La folle corsa criminale di Amanzio Rastelli ed Ernesto Botta è sicuramente troppo ‘veritiera’ per non colpire e lasciare il segno, in un paese in cui ancora oggi con una mano ci si fa il segno della croce, e con l’altra si ruba senza ritegno, ma l’andatura scelta è zoppicante, e purtroppo non del tutto convincente. Pregi e difetti di un film comunque ‘pensante’, e in grado di far accendere quella lampadina troppo spesso oscurata dal cinema commediante degl ultimi mesi

Voto: 7 – –

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