Miracolo a Sant’Anna: Recensione in Anteprima

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Miracolo a Sant’Anna
Recensione in Anteprima
Uscita in sala: 3 ottobre
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12 agosto del 1944 tre reparti della XVI Divisione SS arrivano a Sant’Anna di Stazzema e massacrano in poche ore 560 civili. La strategia è quella di terrorizzare tutti coloro che fiancheggiano la lotta partigiana. A pochi chilometri da lì 4 soldati neri americani della 92° Divisione ‘Buffalo Soldiers” rimangono bloccati in un piccolo paese, dopo aver rischiato la vita per salvare un bambino. Qui, tra gli impauriti abitanti del paese, un gruppo di partigiani e l’innocente forza del piccolo, i quattro soldati scopriranno un’umanità mai toccata con mano nella razzista America, capace di ’scaricare’ il ‘problema nero’ mandando a morire 15,000 soldati di colore, nella speranza che un Miracolo venga a salvarli…

Dopo mesi di polemiche politiche e storiche Spike Lee mostra finalmente la sua ultima attesissima opera. Incentrata sulla brutalità della Seconda Guerra Mondiale, la pellicola miscela al suo interno misticismo, amore, passione e tradimenti, finendo per dare vita ad un prodotto non riuscito, storicamente mal romanzato, ‘furbo’ nel toccare certe corde emotive e al tempo stesso imprudente nel volerne toccare troppe…

Riportare alla luce la strage di Sant’Anna, sconosciuta ai più. Per farlo James McBride nel 2003 ha dato vita al ‘romanzo’ Miracolo a Sant’Anna, best seller rimasto per oltre due anni nella classifica di vendita del New York Times, grazie anche alla capacità di mischiare sapientemente realtà e finzione da parte del suo autore.

La storia di una guerra tra uomini, tra razze, tra bianchi e neri, capace di distruggere dall’interno famiglie intere, una storia di tradimenti e traditori, di coraggio ed amore, di fede e credenze, una storia tanto forte e d’impatto da convincere Spike Lee che andava trasportata al cinema. Nel traslarla da carta a pellicola Lee rimarca ancor di più il problema razziale, ancora così forte in quegli anni di storia americana, disegnando un gruppo di soldati paradossalmente maltrattati in patria e ben accolti in terra straniera. Un gruppo di soldati pronti a dare la vita per un paese che non li vuole, che li maltratta e che risolve il ‘problema nero’ mandando sempre più gente di colore a morire.

Per raccontare tutto ciò il regista newyorkese romanza e non poco la storia, prendendo a pieni mani dallo stratagemma del flashback. Dagli anni 80 si torna a quel maledetto 1944, fino a tornare ai ‘giorni d’oggi’, con i fili del discorso pronti finalmente a riannordarsi. Peccato che nel farlo Lee si perda maledattamente, dando vita ad un lunghissimo polpettone che troppi temi vorrebbe trattare, finendo per trattarne male molti.

La Seconda Guerra Mondiale viene portata sul grande schermo con un mare di luoghi comuni tipicamente americani. I nazisti visti quasi tutti come cattivissimi, e sottolineati ogni volta da una fastidiosissima e quasi parodistica colonna sonora, gli italiani come stupidi ed eterni provincialotti, capaci di accontentarsi di un semplice pezzo di cioccolato o di una Camel, le donne italiane come ‘accaldate’ femmine da accontentare, nell’attesa che tornino i mariti dal fronte, e i bambini identici all’indimenticabile bimbo de La vita è Bella, che a quanto pare ha fatto scuola addirittura nel vestiario.

Inspiegabili le 2 ore e 22 minuti di pellicola, troppo troppo lunga, così come alcune scene, incredibilmente, in senso negativo, dirette dal grande regista newyorkese, forse mai così banale e approssimativo. Di innovativo nel rappresentare la Guerra c’è poco o nulla. La bella fotografia ricorda troppo Spielberg ed Eastwood, con le scene di battaglia che invece sono infinitamente meno sontuose e verosimili, se non addirittura ‘minimaliste’, mentre la rappresentazione della morte tocca livelli quasi ridicoli. Che qualcuno spieghi a Spike Lee come si accascia un corpo che perde vita, perché c’è la netta sensazione che ancora oggi non lo abbia del tutto capito…

Storicamente parlando, poi, il film è facilmente attaccabile. Un partigiano traditore viene disegnato come il responsabile indiretto della strage di Sant’Anna. Proprio per colpa dei partigiani i nazisti sarebbero arrivati a massacrare 560 civili quel lontano 12 agosto del 1944. Questa è la motivazione data da McBride ad una strage che ancora oggi non ha spiegazioni certe. Ma non è certamente questa la sede adatta per poter discutere di una ‘visione dei fatti’ simile, considerando che stiamo parlando di un prodotto cinematografico, tra l’altro di pura fiction.

Il film è purtroppo attaccabile anche, se non soprattutto, dal punto di vista registico e di scrittura. Inspiegabile il titolo, visto che il Miracolo annunciato avviene nel finale, e non a Sant’Anna, la pellicola tocca comunque le corde dell’emotività com’è ovvio che accada. Il tema trattato è talmente delicato che sarebbe impossibile non riuscire a suscitare emozioni, che il film suscita, e questo è innegabile, grazie però a banali epedienti tecnici, vedi i costanti rallenty, e di scrittura, come il telefonato e ‘carrambato’ finale.

A mente fredda, con la fase emotiva superata, l’aspetto critico non può non arrivare a sottolineare difetti e mancanze a dir poco palesi. Promosso l’intero cast, compresa la ricca e folta ‘troupe italiana’, a partire dall’ormai onnipresente Favino, intenso e carismatico, la tanto apprezzata all’estero quanto snobbata in Italia Valentina Cervi, il piccolo Matteo Sciabordi, per la prima volta sullo schermo, e il bravissimo Omero Antonutti, irriducibile fascio fino alla fine.

La sensazione che rimane è un sonoro pugno nello stomaco, per aver rivissuto in parte una vicenda tanto drammatica quanto tragica, accompagnato da una cocente delusione dal punto di vista prettamente cinematografico, viste le premesse iniziali e le indiscusse qualità di Spike Lee, probabilmente rimaste a New York e mai seriamente imbarcate per l’Italia.

Voto:4,5

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