Il resto della Notte: Recensione in Anteprima

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Il resto della Notte

Recensione in Anteprima
Uscita nelle Sale: 11 maggio
Silvana è la borghese moglie nevrotica e depressa di un ricco industriale, Giovanni, sempre fuori a causa del lavoro e della propria giovane amante. Quasi sempre sola e a casa, Silvana vive una totale incomunicabilità con la figlia e un rapporto complicato con la colf rumena, Maria, accusata senza prove di aver rubato un paio d’orecchini e per questo licenziata.
Maria è così costretta a tornare alla propria vecchia vita e al proprio vecchio ragazzo, Lanut, appena uscito dal carcere ma già tornato ad un’esistenza fatta di delinquenza, grazie anche ad un complice tossicodipendente e senza scrupoli. Peccato che proprio il ritorno di Maria convinca i due a tentare il colpo nella villa di Silvana e Giovanni, facendo finire il tutto in tragedia…
Secondo film per Francesco Munzi, dopo lo straordinario esordio fatto registrare con Saimir. Un ritorno atteso quello del regista romano, che cerca di disegnare sullo schermo un nord borghese e avvolto dalla paura nei confronti del diverso, finendo però per cadere nello stereotipo più pericoloso che ci possa essere in questo momento in Italia, ovvero quello del rumeno ladro e delinquente.
In un paese come l’Italia dove la xenofobia è sempre più lampante, dove il Governo equipara a reato la clandestinità e dove i rumeni vengono cercati con i forconi e le torce, un film simile lascia stupiti per il clamorosamente leggero punto di vista con cui vengono trattati alcuni personaggi.
Dalla primissima scena, dove degli zingarelli assaltano Sandra Ceccarelli chiedendo l’elemosina, all’ultima, con una rapina in villa finita nel dramma, l’unica immagine che viene data del ‘diverso’, dell’extracomunitario, del rumeno, che extracomunitario non è, è quella del delinquente, del ladro, da guardare con sospetto e con paura.

Nel momento stesso in cui il regista ci fa scoprire che l’accusa di furto da parte di Silvana nei confronti della colf rumena Maria è vera e legittima, prende automaticamente una posizione netta e inequivocabile, segnando per sempre anche quel volto apparentemente angelico che tutti ci aspettavamo innocente.
In un mondo fatto di violenza e delinquenza solo il giovane Victor, fratello minore di Lanut, sembra salvarsi e purificarsi, gettato in un gioco più grande di lui dal quale non vede l’ora di uscirne. Munzi non regala un briciolo di speranza, disegna personaggi ambigui, una famiglia allo sfascio, ricca e decadente, un nord dove l’integrazione in campo lavorativo è tanto naturale quanto sfruttata, intrecciando più storie, più personaggi, tutti accumunati nel tragico epilogo.
Interessantissimo dal punto di vista stilistico, con una fotografia cupa come la notte, il film cerca di portare in scena la paura irrazionale, quella che nasce dall’interno quando non si è in pace con se stessi, finendo però per rappresentare solo quella reale, che, secondo il regista, in questo caso nasce dalla diffidenza nei confronti dell’altro.
E qui Munzi si perde, prendendo una strada pericolosa, rappresentando tutti gli immigrati presenti nel film come delinquenti. Vero è che il cinema non è politica, ma è vero anche che una forma artistica come la 7° arte non può prendere sotto gamba temi simili con tanta leggerezza, che sia voluta o non.
Di fronte alla solita ottima Sandra Ceccarelli, ad una comparsata fugace di Valentina Cervi, giovane e insicura amante, allo splendido Stefano Cassetti e al pessimo doppiaggio che ha dovuto subire Aurèlien Recoing, il film lascia di stucco a causa di questa presa di posizione, decisamente discutibile.
Bastava semplicemente tagliare una sola scena, lasciare lo spettatore con il dubbio che quei maledetti orecchini non si sapeva che fine avessero fatto, se fossero stati davvero rubati o semplicemente persi, per dare un quadro totalmente differente. Ma quella scena è stata girata e montata, Maria quegli orecchini li aveva davvero rubati, e anche l’immagine della colf rumena ladra ha finito per arrivare in faccia allo spettatore, stordito dalla messa in scena di così tanti negativi stereotipi.
Peccato.
Voto:5

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