Category Archives: Recensioni in Anteprima

Recensione in anteprima per Hunger Games

Hunger Games
Uscita in sala: 1° maggio

Dimenticate i vampiri ormonosi di Twilight e i maghetti adolescenziali di Harry Potter, perché con Hunger Games si lotta per la sopravvivenza.
Nelle rovine di una terra anticamente conosciuta come Nord America, gli annuali Hunger Games stanno per iniziare.
Ogni anno, un ragazzo ed una ragazza vengono estratti a sorte dai 12 distretti che compongono Panem, nazione dittatoriale in mano ad un’ingombrante rete televisiva, che attraverso un gioco al massacro prosegue il suo incessante controllo sul resto della popolazione.
Il Giorno della Mietitura del 12° distretto ha parlato. Sarà Katniss Everdeen, in sostituzione della sorellina più piccola, a dover combattere per sopravvivere. Ad aspettarla un’arena, una giungla, una ‘guerra’ all’ultimo sangue contro 23 coetanei. Solo uno se ne salverà. Questi sono gli Hunger Games, saga letteraria ideata da Suzanne Collins, autrice della trilogia di romanzi cult. Il primo di questi è nella lista dei bestseller del The New York Times da oltre 180 settimane, ed è costantemente apparso nella lista dei bestseller di USA Today e Publishers Weekly. Quasi 30 i milioni di copie vendute nei soli Stati Uniti, per una trasposizione che ha da subito incantato la critica americana e sbancato i botteghino. 357 milioni di dollari raccolti in patria, altri 217 nel resto del mondo, ed un successo che non conosce soste. Con merito.
Perché Hunger Games è un film dalle qualità indiscutibili. A pesare su tutto e tutti la regia d’autore di Gary Ross, padre di Pleasantville che ha già detto no al programmato sequel, e la splendida Jennifer Lawrence, candidata all’Oscar per Un Gelido Inverno e qui semplicemente sublime. Il film poggia completamente sulle sue forti spalle, atletiche e coraggiose, come il personaggio da lei magnificamente interpretato e ottimamente sfaccettato (a scapito di tutti gli altri, e questo è un difetto di non poco conto).
Se i detrattori a ‘prescindere’ della pellicola sottolineano le innegabili somiglianze con Battle Royale, Suzanne Collins non si è fatta mancare persino un accenno a The Truman Show, pennellando i tratti di un futuro dispotico ed apocalittico, in cui sarà la televisione a comandare e a governarci, modellando le fragili menti a suon di reality show grondanti sangue, ai quali affiancare l’immancabile repressione forzata ed armata.
Vivere o morire, uccidendo coetanei a sangue freddo, per poi tornare a casa da ‘eroi’, da ‘star’ della tv, ricche ed idolatrate dalla folla. Per rientrare nei limiti della censura cinematografica Ross ha dovuto cedere alla durezza e alla crudezza del romanzo, mostrando comunque la morte, drammatica, tragica e stomachevole, grazie ad una macchina a mano che segue passo passo, e con scatti quasi isterici, l’incessante proseguo dell’azione. Se il tema musicale di James Newton Howard tocca vette straordinariamente alte, è il risultato finale a stupire, per quanto tecnicamente ineccepibile. Abbandonato il rischio ‘film adolescenziale’, Hunger Games guarda quindi oltre, puntando ad un pubblico assolutamente trasversale. Tanto dal massacrare l’idiota confronto con la Saga Twilight, che sarà sempre solo e soltanto la versione ‘Harmony’ di un film mediocre. Qui, con enorme sorpresa, si vola invece su altre vette.

Voto: 7+

The Avengers – ecco la recensione in anteprima

The Avengers
Uscita: mercoledì 25 aprile
Recensione da me pubblicata su CINEBLOG.it

Dubbi, perplessità, attesa. 250 milioni di dollari di budget, un regista ‘quasi’ esordiente, e supereroi del calibro di Iron Man, l’incredibile Hulk, Thor, Captain America, Occhio di Falco e Vedova Nera, tutti insieme appassionatamente in un’unica pellicola. Con tanta carne al fuoco era prevedibile ipotizzare un’ipotetica e roboante delusione da questo The Avengers, frullatone Marvel pompato da uno tsunami di merchandising che arricchirà le tasche Disney da qui ai prossimi mesi. E invece Joss Whedon ha stupito. In tutti i sensi.

Perché l’apoteosi supereroistica ha superato la prova più difficile, ovvero quella dell’esordio al cinema, mettendo così la prima pietra ad una trilogia che promette fuoco e fiamme. Giocando sapientemente con le varie personalità dei tanti ‘eroi’ fumettistici, Whedon ha dato vita ad uno colossale, spettacolare e divertente giocattolone hollywoodiano.

Sicuramente imperfetto, ma potente, spesso esilarante, in grado di prendersi mai troppo sul serio e soprattutto ricco di azione, I Vendicatori conferma le potenzialità dell’Universo Marvel al buio della sala, ridando lustro ad un ‘mostro’ in passato ingiustamente ‘bocciato’ per ben due volte da critica e pubblico. Ovvero quell’Incredibile Hulk interpretato da Mark Ruffalo. Che conquista, e soprattutto spacca.

Troppe prime donne, troppi nomi di grido nel cast, troppo poco esperto il regista, troppo affrettato il via alle riprese, troppi evidenti rischi nel dar vita ad un progetto simile. Chi scrive è sempre stato molto scettico nei confronti dell’esperimento The Avengers, tanto dall’aver particolarmente apprezzato il suo sviluppo cinematografico. A Joss Whedon, autore tra le altre cose anche della sceneggiatura, va dato il merito di aver spinto sull’acceleratore del fracassone ma con gusto, dell’esilarante ma con garbo, dell’action mastodontico ma con inattese capacità registiche. Se è vero che il film spesso deraglia, nel dover rimbalzare come una pallina impazzita da un supereroe all’altro, e andando incontro ad una parte centrale nettamente più ‘pacata’, per non dire ‘annoiata’ e soporifera, nel suo complesso The Avengers riesce a soddisfare in pieno le aspettative dei fan più duri e puri. Che chiedevano a gran voce solo e soltanto una cosa. Ovvero lo spettacolo.

All’introspezione e all’introduzione dei personaggi ci avevano pensato altri, con i rispettivi capitoli ad hoc. Partendo da questi presupposti, Whedon ha costruito il suo sequel non ufficiale di tutti i cinecomic Marvel visti in sala nell’ultimo quinquennio, agitando e shakerando i tanti e ricchi ingredienti a disposizione con estrema furbizia. Nel farlo, ovviamente, ha ‘tralasciato’ le potenzialità di alcuni personaggi, dando spazio e maggior risalto ad altri. Se Tony Stark guida in maniera impeccabile e con magnifica spacconeria un gruppo di ‘fenomeni da baraccone’ in perenne sfida celoduristica l’uno con l’altro, convince Scarlett Johansson nei panni di una fatale e agile Vedova Nera, così come si ritaglia un suo spazio importante Captain America. A deludere, rispetto al resto della ‘banda’, Thor, oggettivamente ‘plastificato’ nella sua magnificenza marmorea, e Jeremy Renner, Occhio di Falco aka Legolas tanto fenomenale con arco e frecce quanto ‘limitato’ rispetto all’enorme concorrenza. Chi stupisce, invece, sono Tom Hiddleston, tutt’altro che modesto e delirante villain, e soprattutto Mark Ruffalo, impeccabile e sorprendente Hulk, tornato a spaccare dopo le due sfortunate precedenti esperienze.

Sulla trama, tenuta taciuta fino ad oggi da eventuali spoiler, poco o nulla da dire. La Terra è nuovamente in pericolo, per colpa di un cubo di energia finito nelle mani sbagliate. Per salvare il Pianeta da un attacco ‘alieno’, e dal dominio del Divino Loki, lo S.H.I.E.L.D. e Nick Fury si affidano alla forza, alla sfrontatezza e al coraggio di 6 personaggi tanto diversi tra loro quanto maledettamente letali. Ad intralciare il buon esito della battaglia l’ego smisurato di questi ‘eroi’, chiamati a far gruppo e ad unire i propri ‘poteri’, prima che sia troppo tardi…

Rabbia, vendetta, orgoglio, invidia. Sentimenti a noi umani particolarmente ‘vicini’, ma in realtà conosciuti anche fuori dai confini del nostro mondo. Perché sarà proprio Loki, figlio di Odino e fratello di Thor, a far leva su questi stati d’animo per attaccare il nostro Pianeta e mettere a repentaglio l’intera Umanità. Sfruttando appieno pregi e difetti dei sei ‘pezzi da novanta’ capitatigli tra le mani, Whedon architetta una pellicola che si specchia sulle debolezze per trarne forza, riuscendo ad ingigantire il tutto grazie a strabilianti effetti speciali che soprattutto nell’ultima parte di film diventano sconcertanti, per quanto mastodontici e bel calibrati dalla sua sorprendente regia.

Spesso poco ‘amalgamato’ nell’interrelazione tra supereroi, The Avengers non brilla certamente per qualità introspettiva dei propri personaggi. Ma non era questo il suo compito. Whedon era chiamato a creare un mondo preciso, già conosciuto nelle sue tante parti ma per la prima volta ‘costretto’ ad unirsi, rendendosi possibilmente credibile. E quest’impresa, con probabile sorpresa, è innegabilmente riuscita. Maledettamente divertente, con alcuni sketch ed un paio di battute da applausi immediati al buio della sala, e aiutato da un 3D finalmente accettabile, I Vendicatori riesce a superare difetti e mancanze grazie ad un ritmo in crescendo, che diventa addirittura forsennato nell’irresistibile e complesso finale, e ad un ricchissimo cast che si è incredibilmente prestato al servizio del prodotto. Litigando per buona parte di film, dandosele di santa ragione e insultandosi a vicenda, per poi far squadra e trasformare il tutto in un autentico show fumettaro. Come da tutti noi sperato.

Voto: 7,5

Biancaneve di Tarsem Singh: la (sboccata) recensione in anteprima

C’era una volta una fregna moscia con le sopracciglia alla Beppe Bergomi, una mamma morta durante il parto, un padre mangiato da una bestia misteriosa, una matrigna stronza, incattivita e talmente fatta da parlà con gli specchi, e con un nome da cocainomane come Biancaneve.
75 anni dopo il leggendario lungometraggio animato made in Disney, ad Hollywood si son ricordati di quell’antica fiaba scritta dai fratelli Grimm, tanto da dar vita a due produzioni in live action, pronte ad uscire al cinema a pochi mesi di distanza l’uno dall’altra.
Dei geni? De più. Un branco di coglioni.
Per differenziare i due film gli studios hanno preparato due versioni decisamente differenti. Più ‘commedia’ la prima, più ‘avventurosa’ la seconda.
Da una parte Julia Roberts regina cattiva, dall’altra Charlize Theron nell’identico ruolo, con Lily Collins e Kristen Stewart chiamate a far ridere lo spettatore. Perché teoricamente le più belle del reame. De quale? Bella domanda. Della serie ‘basta che ce credono’. Se la versione ‘action’ sbarcherà nei nostri cinema a luglio, quella più ‘fiabesca’ si appresta ad invadere i cinema nazionali a partire da venerdì prossimo. Con risultati sorprendenti.
Perché mai trailer fu più fuorviante come nel caso della Biancaneve di Tarsem Singh, visionario director qualitativamente rimasto a The Cell, suo ultimo (ed unico) film realmente riuscito.
Al regista indiano va dato il merito di non aver snaturato del tutto la propria filmografia, grazie ad una serie di momenti ad alto tasso ‘onirico’ straordinariamente riusciti (il prologo animato su tutti), ai quali bisogna aggiungere una struttura da commedia dura e pura che conquista ed ammalia, perché posata su un mondo fiabesco candido come la neve e divertente come una puzzetta in chiesa. Se i costumi della compianta Eiko Ishioka puntano all’Oscar, per quanto particolari, variegati, originali e pomposi, funziona la subdola e cinica Julia Roberts, che dice no al Botox nella vita reale per poi lasciarsi andare a maschere facciali di merda al buio della sala, pur di non invecchiare, così come l’eterea e monosopraccigliesca Lily Collins, ex di Taylor Lautner, figlia sculata di Phil e per questo motivo così tanto richiesta come ‘attrice’. Se il buon Armie Hammer, alias Principe Azzurro, non va oltre l’inedita versione ‘Toy-Boy’ del personaggio, a dar peso all’insieme recitativo arriva mezzo cast di Game of Thrones, tra nani e Sean Bean, ormai RE a vita, all’interno di un prodotto che finisce inaspettatamente per sorprendere, per quanto positivamente ‘leggero’, visivamente riuscito, produttivamente coraggioso, nel trasformare una fiaba così conosciuta, scenograficamente ‘natalizio’, e sinceramente divertente, gratuiti titoli di coda in versione Bollywood a parte. Ovviamente aspettando la SECONDA Biancaneve, in arrivo a luglio. Ma questa è un’altra favola…

Voto: 7

Good as You: Recensione in Anteprima

Good as You
Recensione in Anteprima
Uscita in sala: 6 aprile
Pubblicata da ME su CINEBLOG.it

Uno sguardo non sul mondo gay, ma dal mondo gay“. Con queste parole il regista Mariano Lamberti ha provato a descrivere Good asd You, gay comedy tutta italiana tratta dall’omonima piece teatrale scritta da Roberto Biondi. Costato 500,000 euro, e in parte prodotto dal Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli, il film prova a raccontare la comunità glbtq senza sfociare nel classico piagnisteo cinematografico all’italiana, fatto di drammi e pietismi di ogni sorta. “Uno spaccato allegro, autoironico e divertito“, l’ha coraggiosamente definito Lamberti, purtroppo penalizzato da una regia a tratti quasi amatoriale e da uno script troppo spesso superficiale, soprattutto nel momento stesso in cui affronta temi delicati come quelli relativi all’hiv e all’omogenitorialità.

Cercando ad ogni costo di allontanarsi dal ‘cliché’ del cinema gay tricolore, Lamberti e lo sceneggiatore Riccardo Pechini marcano esageratatamente la colorata gioiosità dell’intera opera, a tratti innegabilmente divertente ma troppo spesso ‘imbarazzante’, tanto in termini recitativi quanto prettamente qualitativi. Se il soggetto di base funziona, così come l’intenzione di raccontare una comunità gay decisamente diversa dagli stereotipi cinematografici del mercato nostrano, Good as You deraglia in ambito produttivo, e soprattutto mediatico/promozionale, a causa di un trailer tanto agghiacciante quanto in parte fuorviante, trasformandosi automaticamente in un’evidente occasione sprecata.

Quattro uomini e quattro donne sono destinati ad incrociare le proprie strade in una lunga e colorata notte di Capodanno, nel cuore della Capitale. Capitati quasi per caso nella stessa casa, gli 8 protagonisti vivranno sulla propria pelle avventure, tradimenti ed inconfessabili confessioni, segnando così un destino apparentemente già scritto. Sulle note di Carmen Miranda…

Quando il cinema italiano prova a raccontare l’Universo gay non riesce quasi mai ad andare oltre i soliti stereotipi di base. Perché alcuni ingredienti devono esserci per forza. Parliamo del momento ‘dramma’, con pestaggi e/o morti e/o incomprensioni famigliari necessari per far partire l’immancabile fendente vittimistico; del momento ‘macchietta’, con uomini particolarmente effeminati e solo apparentemente divertenti chiamati a tranquillizzare’ lo spettatore eterosessuale, perché ‘per fortuna non sono così’; e del momento “depressivo”, con l’onnipresente omosessuale rigettato dalla società e per questo motivo pronto al suicidio. Ora, appurato che il mondo gay va ben oltre questi 3 punti cardine del cinema di genere tricolore, Mariano Lamberti, Roberto Biondi, Riccardo Pechini e Diego Longombardi hanno provato a raccontare un altro Universo, divertente e divertito, colorato e colorito, consapevole ed ‘orgoglioso’, e soprattutto ben rappresentato in tutte le sue varie forme ‘umane’, prendendo a piene mani dalla tipica commedia italiana.

Ne è così uscito, con molti più difetti che pregi, Good as You, titolo che spazia dall’inguardabile all’interessante con fastidiosa e probabilmente evitabile semplicità. Per 100 minuti circa si ha infatti spesso la sensazione di assistere ad un qualcosa di evidentemente ‘amatoriale’. Dalla regia ad alcuni dialoghi, dal sole che travolge la casa nella ‘notte di capodanno’ ad alcuni momenti totalmente inutili, e inspiegabilmente inseriti all’interno del montaggio finale. Se il testo teatrale nel suo complesso funziona, a non convincere è la superficialità di base che travolge tutto e tutti. Affettività omosex, hiv, omogenitorialità, famiglia glbtq, tutto è tratteggiato male e frettolosamente, travalicando forzatamente i confini della commedia, sicuramente ben soppesati.

Note di merito, invece, per quanto riguarda il variegato cast. Stupisce ancora una volta in positivo Lorenzo Balducci, attore ormai ‘epurato’ dal cinema italiano e ‘rovinato’ dall’ingombrante figura del padre, così come convincono le 3 donne principali, ovvero Daniela Virgilio, il cui ‘indeciso’ personaggio cozza con la sanità mentale, Lucia Mascino e soprattutto la romana Elisa Di Eusanio, lesbica ‘camionista’. Se Enrico Silvestrin appare come un pesce fuor d’acqua, diverte Diego Longombardi, tra le altre cose produttore del film, esilarante macchietta talmente sfacciata da risultare persino gradevole. Velo pietoso, infine, su Luca Dorigo, chiamato a vestire i panni di un ‘caliente macho latino’, se non fosse che il suo spagnolo per 3/4 di pellicola sembri bergamasco. Indecifrabile.

Il mondo gay non è solo e soltanto lustrini, divertimento e libertà sessuale, ricorda giustamente Lamberti, ma anche affettività, famiglia e fedeltà ‘coniugale’. Peccato che a stridere in questo caso sia il livello qualitativo generale. Sfacciatamente basso, anche dinanzi ad una produzione ‘low budget’ come questa, per poter ambire ad una promozione a pieno titolo.

Voto: 4,5

John Carter: la recensione al grido ‘aridatece Avatar’

John Carter
Recensione in Anteprima
In sala da OGGI, 7 marzo
Da me pubblicata su CINEBLOG.IT

Un progetto lungo quasi 5 anni, 300 milioni di dollari di budget, un regista due volte Premio Oscar, e un classico della fantascienza da cui attingere. 100 anni dopo la nascita su ‘carta’, John Carter di Marte, ideato da Edgar Rice Burroughs, giunge finalmente al cinema grazie alla titanica produzione Disney. L’idea iniziale, poi probabilmente scemata con l’aumentare dei costi, era quella di dar vita ad un nuovo ipotetico franchise, capace di unire sapientemente fantasy ed avventura, fantascienza e romanticismo, azione e divertimento.

Intenti complessi, ma innegabilmente fattibili, visto il contenuto degli albi firmati Edgar Rice Burroughs, purtroppo naufragati nell’opera di Andrew Stanton, regista di due capolavori animati come Nemo e Wall-E e qui al suo tanto atteso debutto in live action. Frenato da uno script sinceramente deludente, soporifero, a tratti poco chiaro e mai neanche lontanamente epico, John Carter si schianta su Marte, alzando polvere e poco altro, con tanto di ennesimo 3D oggettivamente immotivato, e sinceramente inutile.

John Carter, per chi non lo sapesse, è un soldato della guerra civile che si ritrova improvvisamente su Marte. Qui, stordito e incapace di dare una spiegazione a ciò che gli è capitato, trova un pianeta abitato dai Thark‏ , giganti verdi alti 12 metri che prima lo fanno prigioniero e dopo lo esaltano, per le sue straordinarie abilità di guerriero. Finito prigioniero delle creature aliene, Carter riesce a scappare per salvare la principessa Dejah Thoris, prendendo parte ad una Guerra tra clan che potrebbe avere ripercussioni sull’intero Universo conosciuto.

Un prologo ‘western’ voluto, per non dire preteso, dai vertici Pixar, un salto spazio/temporale su Marte, in un mondo differente dal nostro e nel pieno di una guerra tra potenze, dei popoli da conquistare, una vita da difendere, una casa da ritrovare, e dei segreti da scoprire. Sono tanti, e forse troppi, gli ingredienti disseminati da Andrew Stanton in questo primo capitolo di un’ipotetica saga che statene certi naufragherà ancor prima di prendere il largo. Perché in casa Disney hanno scelleratamente liberato gli ormeggi produttivi, approvando un budget stellare, pari a circa 250/300 milioni di dollari. Numeri mostruosi, soprattutto se non ti chiami James Cameron, per un box office che dovrà abbattere il muro dei 600 milioni di dollari worldwide per iniziare a fare realmente cassa. Un’impresa titanica ma non impossibile, se ci trovassimo dinanzi ad un progetto dalle concrete qualità, ma non è ahinoi questo il caso.

Perché John Carter ha troppi difetti per poter spiccare il volo, toccando il cielo del botteghino con un dito. A pesare sul titolo di Stanton lo script, mai incalzante, spesso ‘annoiato’ e rattoppato, tanto da non coinvolgere mai più di tanto lo spettatore in sala, sicuramente discretamente accompagnato durante la visione ma mai esaltato, affascinato o anche solo ‘emozionato’. A John Carter manca infatti la capacità di emozionare. Ciò che si vede sullo schermo è freddo, privo di pathos, solo a tratti divertente, e anche per questo raramente coinvolgente. E non c’è difetto peggiore per un kolossal di fantascienza. Se il mondo ricreato in CG è più che discreto ed innegabilmente ben fatto, esclusi voli a planare su Marte con evidente green screen alle spalle, il film si perde troppo spesso in infiniti ed inutili dialoghi tra i due protagonisti, più interessati all’interesse reciproco che alla salvezza del Pianeta. Nella lunga e stancante parte centrale, John Carter tira inspiegabilmente il freno a mano, dando l’impressione di aver intrapreso la strada sbagliata, aumentando così a dismisura l’attesa nei confronti dello ’scontro finale’, in realtà rapido e decisamente tutt’altro che leggendario.

Se Taylor Kitsch si dimostra una scelta azzeccata, vestendo i (pochi) panni dell’eroe temerario che va alla conquista di Marte, non convince affatto la bella ma glaciale Lynn Collins, così come appare straordinariamente sprecato Mark Strong, che dopo il disastro Lanterna Verde rischia di collezionare un’altra delusione. A naufragare, incredibile ma vero, è anche Michael Giacchino, che non fa altro che ‘citare’ se stesso, riproducendo praticamente il tema di Lost. In determinati momenti, con gli occhi chiusi e la colonna sonora alla sua massima potenza, potreste ritrovarvi al fianco di Jack Shephard e John Locke. Ma è purtroppo un semplice deja-vu, perché siete su Marte, in compagnia di John Carter, e senza nessuna botola da aprire per poter scappare.

Dopo il ‘rischio’ Tron Legacy, costato 170 milioni e riuscito ad incassarne ’solo’ 400 in tutto il mondo, i ‘capoccioni’ Disney hanno voluto misteriosamente alzare la posta in gioco, puntando l’intero tesoretto su questo John Carter, che puzza tremendamente di ‘flop’. L’impressione, lampante, è che i primi ad esserne consapevoli siano proprio loro. Se in Italia il film avrà solo 385 copie a disposizione per tentare l’assalto al botteghino, ovvero un numero di sale straordinariamente basso per un kolossal di proporzioni simili, anche negli States il ‘tetto’ delle 4000 è abbondantemente distante, con il sorprendente Lorax che potrebbe tranquillamente abbatterlo al suo weekend d’esordio. Se così fosse, John Carter rischia seriamente di trasformarsi in un buco nell’acqua dalle dimensioni storiche, sicuramente immeritato in simili proporzioni, perché produttivamente comunque mastodontico e sicuramente coraggioso, ma oggettivamente scontato. Perché dopo una snervante e lunga attesa durata quasi un lustro, il primo commento che si fa largo una volta usciti dalla sala non va oltre un laconico e desolante …. “tutto qui?“.

Voto: 5

Recensione in Anteprima per I Muppet

I Muppet
Uscita in sala: 3 febbraio
QUI su CINEBLOG.it da ME pubblicata

Semplici pupazzi? Tutt’altro. Creati negli anni 70 da Jim Henson, i Muppet hanno cresciuto almeno un paio di generazioni. Divertenti, demenziali, colorati e costantemente sul pezzo, i pupazzi/marionetta di Henson hanno cavalcato gli anni 80 con enorme successo, per poi andare incontro ad un lento ma inesorabile declino. Per 5 anni, dal 1976 al 1981, e per 122 episodi, Kermit la Rana, Miss Piggy, Animal, Gonzo e Fozzie divertirono milioni di americani grazie al The Muppet Show. Da allora hanno varcato la soglia della sala ben 6 volte, incassando solo sul suolo americano 200 milioni di dollari. Ma dinanzi ad una società mutata, e ad un differente genere di comicità, anche loro hanno dovuto cedere il passo. 13 anni fa il deludente Muppets from Space, ultimo capitolo cinematografico, poi l’oblio. Fino al tanto atteso ‘ritorno’ firmato Disney, dal 2004 proprietaria di quasi tutti i Muppet e a dir poco coraggiosa nel giocarsi la carta del rilancio. Vinta su tutta la linea.

Perché la pellicola diretta da James Bobin è riuscita nell’impresa di ridare lustro a quei leggendari pupazzi, giocando con la loro ’storia’, fatta di musica e demenzialità allo stato puro, di ricchi camei e sana follia. Sceneggiato da Jason Segel, da anni in forcing sulla Disney per riportare in vita gli amati personaggi dell’infanzia e protagonista ‘umano’ del film, il titolo vola sulle ali del divertimento, concedendosi il lusso di uno script spesso insensato, genuinamente pazzo, ricco di difetti ma non per questo straordinariamente comico. Tanto da farci uscire dal cinema con l’umore alle stelle, canticchiando fino allo sfinimento ‘Mahna-Mahna‘.

L’Impero Disney difficilmente sbaglia un colpo. Perché prima di pensare all’ipotetica riuscita di un film, nella Major si fanno i conti in tasca al merchandising. Riportando in vita I Muppet il colpo da ‘genio’ è infatti stato doppio. La pellicola di Bobin non ha solo ampiamente recuperato i costi di produzione, incassando in America 90 milioni di dollari, ma ha ovviamente dato il via ad un’operazione commerciale di dimensioni mastodontiche. Giocattoli, pupazzi, figurine, diari, matite, quaderni, abbigliamento. La ‘linea Muppet’ è tornata così a far furore, portando nelle casse Disney milioni di dollari e ridando ‘fiato’ ad una serie di personaggi che da troppi anni erano finiti in soffitta. Immeritatamente.

Per riuscire nell’impresa ci voleva uno script intelligente ma non troppo, ancorato al passato ma senza eccedere, ricco di humor ma non eccessivamente infantile. Soppesare le tante opzioni era innegabilmente complesso, ma il cocktail finale ha sinceramente stupito. Perché il ritorno dei Muppet è superiore a qualsiasi più rosea previsione. Puntando l’intera posta sulla carta della ‘demenzialità’, Bobin e Segel hanno stravinto la loro partita impossibile, dando vita ad un film tanto imperfetto quanto adorabile. Nel suo essere volutamente eccessivo, forzatamente ‘musical’, e sfacciatamente quasi parodistico dal punto soprattutto recitativo, I Muppet conquista.

Tralasciando la quantità infinita di possibili citazioni, legate alla storia dei personaggi ma anche alla storia stessa del cinema, I Muppet vola sulle ali di un esplosivo entusiasmo, tanto palpabile sullo schermo quanto innegabile tra gli spettatori presenti in sala, grazie alla genuinità di quei pupazzi che sono rimasti immutati nel tempo, senza cambiare mai di una virgola quei tratti distintivi che hanno contribuito a renderli celebri. Se l’avvio è quasi del tutto dedicato ad una ‘new entry’, ovvero il pupazzo Walter, con l’entrata in scena di Kermit il film inizia a prendere forma. Perché c’è una squadra di pupazzi da riportare in scena, prima che un terribile magnate del petrolio abbatta il teatro storico dei Muppet con lo scopo di trivellare oro nero. Moderni Blues Brothers, Walter, Kermit e i due ‘umani’ Gary e Mary partono alla ricerca dei componenti storici del Muppet Show, arruolandoli uno ad uno. Tranne lei, Miss Piggy, diventata un pezzo grosso di Vogue Paris. Ed è qui che le marce iniziano ad ingranare, perché l’ingresso della straordinaria maialina canterina finisce per dare ulteriore peso all’intera operazione, nella seconda parte semplicemente straordinaria, grazie ad un ‘recupero’ del Muppet Show da morir dal ridere.

Se Amy Adams torna alla recitazione a tratti demenziale di Come d’Incanto, regalandosi esilaranti perle cantate, Jason Segel convince nei panni dell’umano semi-Muppet, mentre tra i tanti volti noti che con gioia si son prestati all’operazione ‘rilancio’ va segnalato Jack Black, isterico mattatore. Imperdibile l’ormai immancabile corto iniziale, nuovamente dedicato all’Universo Toy Story, mentre lascia sinceramente a desiderare la scelta di doppiare in italiano le tante canzoni del film, a causa di una sincronizzazione bocca/parole nella quasi totalità delle volte a dir poco terrificante. Nel complesso, ciò che ne rimane è un film incredibilmente insensato, folle e divertente, dalla regia frizzante e ballerina, condito da splendidi momenti musicali e vette di elevata comicità. In una sola parola. Muppet. Sono tornati, ed è impossibile non innamorarsene di nuovo.

Voto: 7,5

Recensione in anteprima per Hugo Cabret di Martin Scorsese

Hugo Cabret
Uscita in sala: 3 febbraio
Da ME pubblicata su CINEBLOG.IT

117 anni e non sentirli. Il cinema di oggi nell’ultimo anno ha voluto omaggiare il cinema degli albori. Prima lo splendido muto in bianco e nero di Michel Hazanavicius, ed ora un’intera pellicola che ci porta per mano negli anni 30 della Parigi del secolo scorso, raccontandoci la straordinaria storia di colui che trasformò il mezzo dei fratelli Lumiere in arte, dando vita alla macchina dei sogni.

Scetticismo allo stato puro. Quando Martin Scorsese annunciò di voler portare in sala la trasposizione cinematografica di The Invention of Hugo Cabret, romanzo ‘illustrato’ scritto dall’americano Brian Selznick, in molti digrignarono i denti. Perché mai fino ad oggi Scorsese aveva messo piede nell’intricato genere del ‘cinema per famiglie’. Non contento, il regista italo-americano disse persino sì ad un secondo esordio, sposando la terza dimensione. Blasfemia, secondo gli scorsesiani più duri e puri, rimasti scioccati da questo apparente ‘tradimento’ cinematografico del loro idolo. Apparente, per l’appunto. Perché Scorsese non ha affatto ’stuprato’ il proprio cinema, portando in sala Hugo Cabret, bensì ‘omaggiato’ la settima arte tutta, dando vita ad un film semplicemente meraviglioso.

Con alle spalle un budget stratosferico, Martin Scorsese ha avuto la forza e la capacità di ricostruire gli anni in cui il cinema mosse i primi passi, grazie al vero inventore degli effetti speciali, ovvero George Melies. L’uomo che ci spedì per primi sulla Luna, colui che diede vita al montaggio, ‘colorando’ a mano i propri fantasiosi capolavori, per poi morire in povertà, perché dimenticato, dopo esser stato per anni giustamente esaltato. D’altronde la guerra spazzò via sogni ed illusioni, mutando il gusto del pubblico e tranciando le gambe alle sue visioni, al suo cinema fantastico, fatto di mondi futuristici e creature misteriose. Oggi, 75 anni dopo, Scorsese ha voluto così ‘ricordare’ quel genio registico a cui tutti noi ‘cinefili’ dovremmo dire grazie, per aver contribuito ad inventare e a far nascere un simil spettacolo, reso con Hugo Cabret a dir poco impeccabile da colui che ancora una volta, casomai ce ne fosse bisogno, si è confermato il più grande di tutti.

Una storia fantastica, per due registi straordinari. Il primo, riuscito oltre 100 anni fa ad innovare un’invenzione, dando vita alla settima arte, ed il secondo, capace di sorprenderci ad ogni titolo, partorendo un altro capolavoro. Perché esattamente questo è Hugo Cabret. Un capolavoro. Un’opera sensazionale, produttivamente parlando mastodontica. 170 milioni di dollari di budget, l’intera stazione ferroviaria di Parigi ricostruita dai nostri immensi Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo, scenografie sontuose, un 3D avvolgente e finalmente ‘protagonista’, una storia originale, tanto commovente quanto straordinariamente affascinante, ed una regia magistrale, ferma, decisa, visionaria, incapace di incrociare l’ovvio e la banalità per lasciarsi andare a continue sorprese, toccando vette sinceramente impensabili. Perché l’unico difetto che possiamo trovare in Hugo Cabret è probabilmente l’attesa costruita nei suoi confronti. Poca, bassa, scarsa, a causa di uno scetticismo generale che aveva e tutt’ora accompagna l’uscita in sala. Perché nessuno, e dico nessuno, si sarebbe mai potuto anche solo lontanamente immaginare un regista come Martin Scorsese davanti ad uno script simile. E invece eccoci qui, dinanzi al più bel film della stagione, al gioiello che ha fatto incetta di nomination all’Oscar, meritando un probabile trionfo tutt’altro che scontato, grazie all’ottima concorrenza che vede The Artist in prima fila.

Eppure c’è qualcosa che rende Hugo Cabret un film unico, oggettivamente superiore a titoli come The Artist e per questo meritevole di qualsiasi tipo di premiazione. Parliamo dell’essenza che lo contraddistingue e che fa da cuore pulsante all’intera opera. La magia del Cinema. Il Cinema della fine dell’800, il Cinema di Melies, qui interpretato da uno straordinario ed incredibilmente dimenticato agli Oscar Ben Kingsley. Il Cinema che è diventato ‘arte’, grazie alle visioni e alle tecniche di un uomo prima incensato e poi dimenticato. Presa quella storia, fortunatamente e al tempo stesso tristemente reale, Scorsese ne ha costruita un’altra, grazie alla fantasia dell’autore del romanzo originale, ovvero Brian Selznick. Poggiandosi con forza sui sogni ad occhi aperti di due bimbi, orfani, solitari, sognatori e in cerca di risposte, il regista pennella un’avventura dai toni fantastici ed avvincenti, riuscendo nell’impresa di commuovere e divertire, senza mai lasciare il passo alla noia, grazie anche ad uno script preciso come un orologio. Ingranaggio dopo ingranaggio, Scorsese ci porta sulla sua macchina del tempo per farci volare nella Parigi di inizio 900, rimodellata in maniera sublime dai nostri Lo Schiavo & Ferretti, regalandoci un vero e proprio micromondo. Quello di Hugo Cabret e della ’sua’ stazione ferroviaria, ricca di storie e personaggi, splendidamente legati tra loro e nei primi 13 minuti immediatamente presentati, con la solita eleganza e maestria che contraddistingue il Cinema del regista.

Così come Michel Hazanavicius ha voluto ‘omaggiare’ gli anni del muto e del bianco e nero, troppo spesso dimenticati e dalle nuove generazioni tutt’altro che conosciuti, Scorsese con Hugo Cabret ‘ringrazia’ l’arte di George Melies, regista di oltre 500 titoli, inventore dell’illusione cinematografica e padre di tutti i nostri sogni, diventati reali grazie alla sua straordinaria fantasia. Accompagnato dalla delicata e suggestiva colonna sonora di Howard Shore, Hugo Cabret cavalca la Storia del Cinema provando a raccontarci un’altra storia, di pura finzione, con protagonisti due orfani, un automa, una chiave a forma di cuore, un anziano signore dal passato nascosto e taciuto, un capostazione dalla gamba malconcia e dal cuore cupo, una dolce fioraia, un vecchio libraio, una città che pulsa vita come Parigi, una terza dimensione che finalmente ha un senso, un’immensa stazione dei treni, e il rumore inconfondibile di una pellicola, che gira come solo i ricordi sanno fare, proiettando pura magia.

Trovato il sorprendente Asa Butterfield, giovane e magnifico protagonista, Scorsese ha poi giustamente puntato sul sicuro, assicurandosi un cast di tutto rispetto. Se Chloe Moretz dimostra sempre più di essere una piacevole conferma, convince il ‘tiranno’ Sacha Baron Cohen, così come conquista Ben Kingsley, splendido Melies invecchiato e bombardato dai ricordi. Limitato, ed è un vero peccato, Christopher Lee, il cui personaggio viene purtroppo solo accennato. Caricata a dovere la macchina dei sogni, Scorsese ha poi fatto ciò che da oltre 30 anni gli riesce meglio, ovvero quel Cinema con la C maiuscola che da tempo ci ammalia, trovando ancora una volta il suo sbocco naturale. Perché anche se completamente differente da quanto fino ad oggi creato, e per questo paradossalmente ancor più sorprendente, Hugo Cabret entra di diritto nell’infinita lista di capolavori partoriti da Martin Scorsese nella sua strabordante carriera, fortunatamente ancora più viva che mai. Tanto da donarci un’altra indiscussa perla, capace di riscrivere la storia del Cinema, lasciando correre la fantasia.

Voto: 8,5

E Ora Dove Andiamo? – Recensione in Anteprima

E ora dove Andiamo?
Uscita in sala: 20 gennaio
Qui su CINEBLOG da ME pubblicata

Quattro anni fa il successo inaspettato, con lo splendido Caramel, ed ora l’incredibile conferma. Perché il Libano ci ha ufficialmente regalato una talentuosa regista, Nadine Labaki. Se il debutto poteva sembrare un’irripetibile sorpresa, il secondo film da regista della Labaki ne ha invece confermato le innegabili qualità. Presentato lo scorso maggio sulla Croisette nella sezione Un Certain Regard, e vincitore al Festival di Toronto del premio del pubblico, Et maintenant, on va où? sbarca ora nei cinema italiani dopo aver raccolto applausi in giro per il mondo. Meritatamente. Perché E ora dove Andiamo?, questo il titolo italiano, è probabilmente la prima ‘gemma’ cinematografica di questo 2012.

Scandalosamente snobbato ai Golden Globes come Miglior Film Straniero, ma candidato ufficiale del Libano ai prossimi Premi Oscar, il titolo della Labaki riesce con maestria a trattare un tema aihnoi attuale come quello dell’integralismo religioso, facendolo con delicatezza, humor e quel tatto straordinariamente femminile che ormai contraddistingue il suo cinema. Spaziando dal musical al drama, e senza mai dimenticare temi da comedy, Et maintenant, on va où? abbandona la Beirut di Caramel per fermarsi comunque in quel Libano bombardato da divisioni umane, sociali e religiose, con musulmani e cattolici perennemente sul piede di guerra.

Rimasta in patria, e ancora una volta legata all’amata lingua araba, Nadine Labaki non solo dirige ma interpreta, ancora una volta, la protagonista principale di questa autentica favola moderna, tanto surreale quanto sublime, capace di emozionare, commuovere e far ridere, come da tempo non si vedeva al cinema, grazie ad uno script che è un concentrato di trovate, legate tra di loro da un’unica ferrea volontà. Ovvero smascherare l’odio, che sia religioso, di razza, sessuale o anche solo generazionale, attraverso la fraternità e l’uguaglianza.

C’era una volta, in uno sperduto paesino roccioso e polveroso di Beirut, una comunità apparentemente felice, unita, anche se visibilmente povera e fuori dal mondo. Nel Libano diviso dalla religione, in questo angolo di Universo dimenticato da Dio, musulmani e cristiani convivono l’uno al fianco dell’altro, fino a quando l’eco tecnologico di un televisore mai visto prima annuncia lo scoppio di una nuova ‘guerra’ di religione. Terrorizzate dall’idea di dover tornare a seppellire i propri cari, le donne della comunità fanno di tutto per mettere a freno l’ardore dei mariti, cercando di distrarli in qualsiasi modo possibile ed immaginabile dalla terribile minaccia. Perché la tensione interreligiosa si fa sempre più forte e preoccupante, tanto da far dissotterrare quelle armi da tempo silenziose…

Un film corale, quasi totalmente interpretato da attori non professionisti, una storia d’amore impossibile, un quasi musical a momenti esilarante ed in altri casi estremamente commovente, una pellicola dalla regia elegante ed avvolgente, coraggiosa e frizzante, polverosa e luccicante, ed una sceneggiatura che è uno straordinario esempio di come si possano trattare temi delicati con leggerezza e serietà, sobrietà e saggezza. Quattro anni dopo averci portato per mano nel colorato salone di bellezza di Caramel, Nadine Labaki ci catapulta nelle lande sanguinose, soleggiate e combattute di E Ora Dove Andiamo?, facendo nuovamente centro.

Mantenendo il proprio sguardo sul proprio mondo, sul mondo femminile, fatto di donne coraggiose, di madri, nonne, mogli e sorelle, la Labaki pennella i tratti di una società ormai arrivata ad un passo dall’implosione. Non un film sulla guerra bensì un film su come evitare che scoppino le guerre, grazie a figure femminili come Amale, Takla, Yvonne, Afaf e Saydeh, costrette a fermare l’odio e l’intolleranza dei propri mariti, figli, padri e zii, accecati dall’integralismo religioso che da anni incendia il Medio Oriente.

Spaziando con straordinaria maestria tra più generi, Nadine Labaki realizza un film incredibilmente maturo, fatto di lacrime e risate, di uomini e donne innegabilmente imperfetti, e ad un passo da quel baratro che si chiama guerra. Per scongiurare l’ennesimo bagno di sangue, i protagonisti della pellicola dovranno iniziare a guardare in faccia la realtà, il vicino, l’amico di sempre, andando oltre veli, croci, tappetini, imam e parroci, in modo da carpire l’essenza stessa della religione, fatta di uguaglianza e fratellanza, di pace ed amore, qui magnificamente rappresentati da un film che è un concentrato di sorprese, un’esplosione di emozioni, meritevoli di attenzione e soprattutto considerazione. Perché è davvero raro vedere in sala film come E Ora Dove Andiamo?, riuscito nell’impresa di farci trovare una risposta a quella stessa domanda che chiude la pellicola: a consigliarne immediatamente la visione ad un amico.

Voto: 8,5

The Twilight Saga: Breaking Dawn (Parte I) – Recensione in Anteprima

The Twilight Saga: Breaking Dawn (Parte I)
Recensione in Anteprima
Uscita in sala: OGGI
Pubblicata DA ME su CINEBLOG.IT

Attenzione possibili SPOILER!
Come fare ancora più soldi, dopo aver sbancato il box office con i tre titoli precedenti? Facile, dividendo l’ultimo capitolo della saga in due parti, finendo così per raddoppiare gli incassi ed allungare all’estremo accettabile il brodo. Questo è The Twilight Saga: Breaking Dawn – Parte I (pen)ultimo capitolo di un franchise che nel giro di 4 anni ha frantumato record su record. Diventata improvvisamente fenomeno di costume, la Saga Twilight non ha arricchito solo la sua autrice, ovvero la casalinga mormone Stephenie Meyer, bensì anche la Summit Entertainment e i giovani protagonisti che l’hanno resa possibile. Il mondo del Cinema, dal canto suo, è andato incontro più che ad un arricchimento, qualitativamente parlando mai raggiunto nei 4 ‘episodi’ visti fino ad oggi in sala, ad un vero e proprio imbarbarimento, con l’ormone brandito come clava in fase di sceneggiatura.

Perché se con Potter la magia del ’salto’ autoriale era diventata realtà, con le ultime due parti firmate David Yates innegabilmente notevoli, con The Twilight Saga l’impresa non solo non si è verificata, ma è addirittura riuscita ad indietreggiare, in un’ipotetica scala di valori. Dividendo in due parti un ultimo capitolo già lento e noioso di suo, con quasi 700 interminabili pagine, i produttori hanno automaticamente ‘giustiziato’ le due attese trasposizione cinematografiche, finendo per dar vita ad una prima parte che è l’apoteosi della noia, ingigantita e alimentata per 115 minuti in cui non succede praticamente nulla.

Se con Eclipse l’azione si era finalmente fatta vedere all’uscio di casa Twilight, con Breaking Dawn (Parte I) rasentiamo il fondo della telenovela, tra matrimoni infiniti, viaggi di nozze talmente vuoti da reggersi su lunghe partite a scacchi, e un parto finale che finalmente, negli ultimissimi 10 minuti, torna a far svegliare lo spettatore, oggettivamente narcotizzato da una storia d’amore talmente stucchevole da non meritare consensi. Di nessun tipo.

Cosa c’entra Bill Condon, regista di gioielli come Demoni e Dei, Kinsey e Dreamgirls, film che l’ha portato a vincere un Oscar per la Sceneggiatura non Originale, con vampiri e licantropi aitanti, sexy, muscolosi e adolescenti? Nulla, apparentemente nulla. Se non fosse che Condon abbia accettato di dirigere l’ultimo capitolo di Breaking Dawn, sdoppiato dalla Summit per far ancora più cassa. Con tutte le ovvie conseguenze del caso. Se in casa Potter l’operazione era riuscita, grazie ad uno script comunque denso di avvenimenti e ad una storia di tutt’altro peso, con l’ultimo melenso capitolo della Meyer la ‘divisione’ del librone ha semplicemente causato un terremoto contenutistico, dando vita ad una prima parte sinceramente indigeribile.

Perché in Breaking Dawn – Parte 1 tutto appare forzatamente ‘rallentato’, allungato, per riuscire a giustificare 2 ore che potevano tranquillamente andare incontro ad un dimezzamento secco, in modo da far rientrare l’intero capitolo conclusivo della Meyer in un unico film. Ma in casa Summit hanno deciso diversamente, senza riuscire a rendere il ‘nulla’ della trama minimamente commestibile. Lo script della Rosenberg, responsabile dell’intera trasposizione cinematografica della saga, non ha saputo sopportare l’onere della responsabilità, annaspando in una scrittura con il freno a mano tirato e priva di ritmo, stucchevole tanto nei dialoghi quanto nei momenti clou, così attesi dai fan da risultare a dir poco deludenti.

Escluso il matrimonio ‘del Secolo’, da guiness per l’insostenibile lunghezza, Bill Condon finisce per non osare neanche con la tanto reclamizzata scena di sesso tra Kristen Stewart, spaventosamente dimagrita per interpretare il ruolo della donna incinta di un ‘mostro’, e Robert Pattinson, senza andare mai oltre a dei semplici e appassionati baci. Tanto teneri quanto stancamente e banalmente ripetuti. Non pervenuto il supporto di Guillermo Navarro, storico direttore della fotografia di Guillermo Del Toro, qui ‘costretto’ ad illuminare corpetti e bagni con tintarella di luna, Breaking Dawn dal punto di vista prettamente registico non va oltre il livello medio di un qualsiasi prodotto televisivo, fino a 15 minuti dalla fine.

Perché una volta giunti ad un passo dal traguardo Bill Condon e Melissa Rosenberg si sono probabilmente resi conto della necessità di svegliare un’intera sala dormiente, facendo Cinema. Con un finale ovviamente ‘aperto’ alla parte conclusiva del capitolo, Breaking Dawn (Parte I) sembra finalmente ingranare la marcia, con ’solo’ 105 minuti di ritardo. Perché ciò che si vede prima rasenta non tanto la follia autoriale, di cui è responsabile solo e soltanto Stephenie Meyer (il sesso? Solo dopo il matrimonio. L’aborto? Giammai, meglio rischiare la morte anche se stai per partorire il Diavolo), quanto la povertà di una saga che con quest’ultimo assurdo sdoppiamento ha finito per ridare forza ai capitoli precedenti, sicuramente più ‘vivi’, commestibili e per questo sopportabili.

Se tra i tre attori l’insieme recitativo raschia sempre più il fondo del minimo sindacale, con un ridicolo Taylor Lautner da Razzies Awards, dopo 5 secondi 5 già senza t-shirt e nel finale ‘fulminato’ dall’imprinting con gli occhioni computerizzati della bimba appena nata da indimenticabile stracult, Breaking Dawn riesce comunque nel suo intento. Quale? Continuare sfacciatamente a battere il ferro della scarsa qualità cinematografica finché caldo. Ovvero per un altro anno ancora, fino all’arrivo di Breaking Dawn – Parte 2. Poi sarà ufficialmente finita. Finalmente.

Voto: 4

Il Re Leone 3D: Recensione in Anteprima

Il Re Leone 3D
Festival Internazionale del Film di Roma
Recensione pubblicata da ME su CINEBLOG.it
Uscita in Sala: 11 novembre

Una scommessa azzardata, che ha visto capitolare il box office americano. La riconversione in 3D de Il Re Leone, indimenticato classico del 1994, ha conquistato il cuore di milioni di americani, corsi in sala non tanto per la terza dimensione quanto per rivedere un cartoon che ha segnato intere generazioni. Tra i quali il sottoscritto, 17 anni fa per ben 4 volte spettatore pagante in un cinema della Capitale, per settimane preso d’assalto da centinaia di spettatori. D’altronde solo in Italia il cartoon incassò la bellezza di 50 miliardi di vecchie lire, cifre enorme per l’epoca, tanto da trasformarlo nel cartoon più visto di sempre sul suolo nazionale. Insieme a La Sirenetta e a La Bella e la Bestia, Il Re Leone contribuì, all’inizio degli anni 90, alla rinascita dei lungometraggi Disney, tornati a conquistare critica e pubblico dopo anni particolarmente poveri e spenti.

93 i milioni di dollari incassati in poche settimane da questo The Lion King 3D, per un titolo riuscito ad entrare nella Top10 dei maggiori incassi d’America, ovviamente inflazione esclusa. Battuto Toy Story 3, per una ’strategia’, quella di riportare in sala cult del passato con la ’scusa’ dell’occhialetto aggiuntivo, presto riadattata ad altri 4 cartoon Disney, ovvero La Bella e la Bestia, Nemo, Monsters & Co e La Sirenetta. Il rischio, palesemente concreto, è che il mercato della riconversione animata si ’saturi’, trasformandosi in una pericolosa e rischiosa prassi.

Anche se va detto che l’effetto nostalgia, nei confronti de Il Re Leone, ha funzionato. Tralasciando la bellezza del cartoon originale, capolavoro non solo animato e musicale ma di scrittura e di regia, la riconverzione in 3D voluta dalla Disney ha ridato forza ad un titolo già straordinariamente potente di suo, amplificandone la profondità e dando ancor più spessore a quei magnifici personaggi che ancora oggi, a 17 anni dalla loro ‘nascita’, riescono ad emozionare.

Oscar per la Migliore Colonna Sonora Originale e per la Miglior Canzone Originale, Il Re Leone è ancora oggi il film più venduto nel settore dell’home entertainment, dopo aver ispirato anche un musical per Broadway premiato con il Tony Award. Diventato un classico da subito, il film di Roger Allers e Rob Minkoff ha avuto l’onore e l’onere di inaugurare quest’inedita strategia hollywoodiana, tanto azzardata quanto riuscita e rischiosa. Perché dinanzi ad un’industria priva di idee e di coraggio, Il Re Leone spalanca le porte al ‘riciclaggio’ d’autore, facendo leva su quel passato talmente amato da resistere all’onta della ridistribuzione.

Il 3D migliora la storia. Viene inserito in un film come si fa con la colonna sonora, la cui funzione è quella di arricchire il film e di sottolinearne il contenuto emotivo. Avere la possibilità di rendere Il Re Leone in 3D, arricchendolo di profondità, aumenta senza dubbio la suggestione della storia ed esprime maggiormente la visione del filmmakers“. Così ha parlato Robert Neuman, stereografo del 3D del film, andato incontro ad una riconversione curata sequenza dopo sequenza. 60 gli esperti della terza dimensione ingaggiati dalla Disney per il delicato compito, incaricati di occuparsi di vari aspetti, fra cui la luce, il layout, gli effetti e il software, rielaborando con la massima accuratezza i file CAPS originali, per stabilire il grado di profondità necessaria a creare la tridimensionalità delle immagini. Quattro i mesi necessari per completare l’intera operazione, innegabilmente non esaltante, essendo comunque una riconversione di un film nato, pensato e realizzato per la bidimensionalità, ma paradossalmente sorprendente, nel ridare potenza e luce ad un titolo già di suo praticamente perfetto. Mai troppo ‘esplicitato’, il 3D di questo Re Leone entra nella storia con successo, regalando ulteriori e inedite prospettive a Simba e ai suoi compagni di avventure.

Approfittando dei sentimenti dello spettatore medio in casa Disney hanno così trovato il modo per far soldi, spendendo poco o nulla tanto in idee quanto in energie, piombando con sicurezza sull’usato di qualità, da spolpare fino al giorno in cui anche l’effetto nostalgia avrà esaurito tutte le proprie cartucce. Qui inaugurate da un primo colpo ad effetto, che ancora oggi, 17 anni dopo il primo ruggito, profuma di leggenda.

Voto Federico: 10 al cartoon originale / 7 alla riconversione 3D