Ancora suicidi gay. Ancora omofobia. Ancora Roma. Basta.

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Per una domenica mi stacco dal pc, dedicandomi allo svago.
Ad un pranzo fuori con gli amici.
Al mercatino dell’antiquariato sui Navigli.
Al magnifico La vita di Adele al cinema.
Ad una pizza per cena.
Per poi tornare a casa, leggere della morte di Lou Reed, stropicciare gli occhi dinanzi alla mia Magica ed imbattibile Roma, e rimanere basito dinanzi all’ennesimo dramma capitolino in salsa glbtq
Perché un altro adolescente si è suicidato solo e soltanto perché gay. Incompreso, forse deriso. “Esiste l’omofobia e chi ha questi atteggiamenti deve fare i conti con la propria coscienza“, ha scritto il ragazzo in una lettera, per poi lanciarsi da un undicesimo piano.
Un anno fa il suicidio del ragazzo con i pantaloni rosa.
In agosto il 14enne gettatosi dal terrazzo di casa.
Ed ora lui. Il 21enne incapace di vivere una vita ostacolata da un Paese schifosamente omofobo. Ancora oggi.
Un Paese silente che finge di indignarsi e piangere lacrime di dolore dinanzi all’ennesima tragedia annunciata, per poi voltarsi dall’altra parte e tornare a dimenticarsene. Fino al pestaggio successivo. Al suicidio choc. E all’ennesima promessa di ‘cambiamento‘. Menzognera e grondante sangue. Perché questi OMICIDI hanno un mandante. Che si chiama STATO. E non esiste reazione alcuna dinanzi a questo stallo politico, pregno di ignoranza e intolleranza. Rabbia, insofferenza, incredulità, e quella sfiancante sensazione di totale immobilità. Così ci si sente oggi ad essere omosessuali in questo Paese. E non è davvero più neanche lontanamente tollerabile.


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