Tanti Auguri Lady Gaga

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30 anni fa nasceva Stefani Joanne Angelina Germanotta. Cugina di Cristiano Malgioglio, Stefani sin da piccola mostra ai vicini di casa le sue spiccatissime qualità artistiche. Pannolone tagliato a tanga, trucco da battona, orecchini, parrucca e tacco 12, la piccola Germanotta ammalia la palazzina, cantando Like a Virgin dal seggiolone. Ha 3 anni. Le sue prime parole sono ‘Madonna’ e ‘copierò’. E’ nata una stella.


A quattro anni inizia a suonare il pianoforte, ai 5 riesce a farlo utilizzando gli spiccati denti, ai sei suona flauto e clarinetto, a 16 anni li suona cor culo, ai 17 riesce a farli sparire, da stella a fenomeno, il passo è breve. Cresciuta in una scuola cattolica, poco prima della maggiore età Stefani è una delle venti persone al mondo ad ottenere l’ammissione anticipata alla Tisch School of the Arts presso la New York University. A fare domanda in 20, per 20 posti. C’è anche lei. Lasciata casa per trovare la propria strada, Stefani si esibisce tra i vari bar della Grande Mela, affiancando Drag Queen, ballerine Burlesque e freak di vario tipo, fino al contratto con la Interscope Records, che la lancia come ‘autrice’. Stefani scrive per Britney Spears, Fergie e le Pussycat Dolls, della serie ‘me cojoni’, mostrando a tutti le doti da pop smignotteggiante poi esplose nel 2008. Rubata l’anima ad un’amica suicida, tale Lina Morgana, Stefani si trasforma infatti in Lady Gaga.

 

E’ il luglio del 2008 quando Just Dance esce negli States. Eccessiva, provocatoria, quasi scandalosa, Stefani conquista il mondo in pochi mesi. Ogni giorno un look diverso, ogni giorno uno shock vestiario. L’uragano di novità è quasi epocale. Le sue chiappe al vento invadono i tabloid di mezzo mondo. I froci rimangono ammaliati da tanto baraccume. Quintali di glitter e strass li travolgono, facendo nascere una nuova icona gay. Madonna? Sticazzi, W Lady Gaga. Della serie “siete peggio delle puttane”. Scoperta in ritardo, quel genio di Christina Aguilera le scippa i look per poi nascondersi dietro un ridicolo “Lady Gaga? Non la conosco”, nel rispondere canticchiando Poker Face ai tanti che sottolineano le similitudini tra il suo ritorno e il boom della Germanotta, che le spazza via tutte. In due anni monopolizza la stampa, vende camionate di dischi, sforna 11 singoli con un album e mezzo, vince Grammy su Grammy e trionfa ai VMA, dove arriva vestita con due kg de braciole, ridando senso alla natura stessa dei videoclip, autentici minifilm che strizzano l’occhio al mondo del cinema, diventando i più cliccati di sempre su Youtube.

Giocando con l’ambiguità sessuale e il presunto uccello tra le cosce diventa paladina dei gay, trasformandosi nel più grande sponsor frocio della storia del pop, dal punto di vista dei diritti glbtq. Sì al matrimonio gay, sì alle adozioni gay, sì al Papa gay, sì ai militari gay, insomma sì a tutto ciò che me po’ fa diventà n’icona gay, darkroom con annesso Glory Hole in Chiesa compresa. Amata e idolatrata dai piccoli ‘monsters’ che la seguono ossessivamente, Lady Gaga diventa anche l’artista da ‘abbattere’ da parte dei milioni di fan ‘concorrenti’, costretti a dover sopportare la caduta dal cielo di una cozza talentuosa riuscita nell’impresa di cancellare la concorrenza con un semplice schiocco di dita. Britney, Christina, Rihanna? Costrette ad inseguire lei e il suo autentico circo.

Con Born This Way promette la canzone del millennio, per poi partorire un martellante pezzo dance che di epocale non ha nulla, se non il plagio nei confronti di Express Yourself, cultone madonnaro di quasi 30 anni fa. Perché quando Stefani Joanne Angelina Germanotta nasceva, cresceva ed iniziava a sbiascicare le prime parole, una certa Louise Veronica Ciccone stravolgeva il mondo della musica, facendo tendenza e sbancando i negozi di dischi, senza poter sapere, ovviamente, che 1/4 di secolo dopo quella poppante con pannolone tagliato a tanga, trucco da battona, orecchini, parrucca e tacco 12, si sarebbe impossessata dei suoi successi, per provare poi a rubarle scettro, corona e trono, alla tenera età di 25 anni. Con BTW vende la metà dei dischi venduti con The Fame Monster, ma il successo è comunque notevole. Dal Gesù motociclista alla Sirena un po’ troia che si tromba Taylor Kinney, dalla versione OMO di You and I alla marchetta Versaci di The Edge of Glory, passando per il profumo color pece che non macchia alla carrozzella dorata post operazione all’anca, Gaga fa sempre e comunque rumore, anche se c’è chi gufa all’impazzata pronosticando una sua fine precoce che con Artpop, suo terzo disco, sfuma.

Singoli deludenti, video misteriosamente mai usciti, vendite al ribasso ma accettabili, gente che je vomita addosso, pseudo performance art mai richieste, rastoni e croste da punkabbestia, manager che scappano e chi più ne ha più ne metta, con l’incubo di un eclissamento sempre dietro l’angolo. Eclissamento evitato saggiamente grazie alla meravigliosa collaborazione con Tony Bennett, a cui fa evidentemente da badante, in Cheek to Cheek, disco che le porta in casa un altro Grammy.  Poi, quasi dal nulla, ecco arrivare il debutto televisivo con American Horrror Story, che le fa vincere un clamoroso e immeritato Golden Globe, fino allo sfiorare il sogno del premio Oscar rubatole da sotto gli occhi da quella frociona di Sam Smith. Da paladina a impalata, roba che se sta a magnà i gomiti da un mese e mezzo. Perché se fino a 8 anni fa non era nessuno, tra meno di 8 potrebbe tornare ad esserlo, anche se il 2016 è partito con il botto, il mondo l’acclama, Hollywood è ai suoi piedi e un disco di inediti parrebbe dietro l’angolo. Nell’attesa, tra detrattori e seguaci, è semplicemente Lady Gaga. Tanti auguri Germanò.


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