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Artpop di Lady Gaga – il pagellone di Spetteguless

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Mesi fa mi incazzai a morte.
Perché la nuova Lady Gaga, a suo dire senza orpelli, maschere e parrucche, ma con rasta, piercing e croste, non mi piaceva affatto.
Questa trasformazione ‘da baraccona a punkabbestia‘ mi fece sinceramente schifo.
E sottolineai come fosse una scelta folle e suicida.
Di fatto durata il tempo di una scureggia.
Perché con l’avvicinarsi dell’uscita di Artpop la Germanotta è tornata quella di un tempo.
Pagliaccia esibizionista, provocatrice nata.
Un circo ambulante di trovate e folgorazioni. Segno che l’idea fosse tutt’altro che intelligente. Segno che quella Gaga sarebbe andata incontro ad un frontale monster con l’amara realtà dei fatti. Che la vuole e la pretende così. Eccessiva.
Abbasati i toni nei confronti del suo terzo disco, la Germanotta si prepara all’uscita ufficiale immancabilmente anticipata dal solito leakkaggio illegale, finito in rete nella giornata di ieri.
Dopo mesi di anticipazioni, singoli promozionali, live e snippet, Artpop è quindi realtà.
Un disco atteso, ritardato di circa un anno rispetto alle previsioni iniziali, e a detta della sua legittima proprietaria ‘epocale’ nel campo del pop. Artistico nel nome e solo nel nome, perché Artpop non è rivoluzionario. Non segnerà la musica dei prossimi 30 anni ne’ trasformerò Gaga in un’opera d’arte.
Eppure Artpop è il miglior album pop di questo 2013. Forse dell’ultimo biennio. Sicuramente il miglior album di Gaga, per completezza e assortimento.
Un disco ricco, che si ascolta con piacere e senza mai evidenti interruzioni, con pochi scarti ‘riempitivi’ e tanti, tantissimi ipotetici singoli. Pop a 360°, tra elettronica, rimandi anni 90, pezzi più commerciali, ballad straordinarie e quella voce, quella maestosa voce che fa la differenza. Come prima e più di prima. Frenata dal proprio strabordante ego, che ha contribuito a renderla antipatica agli occhi di chi per anni l’aveva amabilmente apprezzata, Gaga ce l’ha fatta. Sognava un album ‘perfetto’. Impresa irrealizzabile, ma Artpop resta un grandissimo album pop.

– AURA: un minuto di quasi solo chitarra, per poi esplodere. Con fragore. E diventare tutto. E niente. Prende decine di direzioni. Non te ce fa capì una mazza. Voce. Caos. Rumori. Vuoi solo fermarti e ballare – voto: 8
– VENUS: doveva essere singolo. Il secondo dell’era Artpop. Era pronto. Poi il cambio. Fortunatamente, a livello radiofonico, anche se con il passare degli ascolti Venus ammalia. Ritornello martellante che vale da solo un intero album. Voto: 9
– GUY: il ritorno al passato, alla Gaga di The Fame. Piacevole, perché forse inatteso. Non sarà mai singolo ma ha la forza di occupare con forza e merito una casella tutt’altro che debole di un disco che ha poche cartucce scariche tra le mani. Voto: 7+
– SEXX DREAMS: sussurri erotici in salsa Madonna per un brano che come nel caso precedente esiste per riempire con eleganza un album che ha altrove i propri gioielli – voto 7+
– JEWELS N’ DRUGS: il cambio di rotta totale. Che non mi appartiene. E che mi fa ribrezzo. Voto 2
– MANICURE: canzone coreografata, martellante, un tripudio di ritmo. Non ti lascia mai andar via per quasi 4 minuti. E mica è facile. Voto: 7.5
– DO WHAT U WANT: il mio singolo di lancio. Magistrale nel suo essere radiofonico ma non troppo. Un mancato tormentone che meriterebbe maggior fortuna e più spinta promozionale dalla diretta interessata. Sono pazzo di questa canzone, campionatura o no. DO WHAT U WANT è meravigliosa. Voto: 8.5
– ARTPOP: ha l’onere e l’onore di dare il nome al disco. E si sente. Ti spiazza Artpop. Perché delicata. Non è irruenta come molte delle tracce precedenti. Gaga sembra quasi cullarsi, senza però mai dimenticarsi di ipnotizzarti. E conquistarti dal primo all’ultimo secondo. Voto: 9
– SWINE: quando la cantò dal vivo all’iTunes Festival mi fece orrore. Perché quella Gaga sporca, isterica e pazza non mi apparteneva e non mi appartiene. Dimenticate quelle immagini, e caricato lo stereo a pallettoni, Swine è tutto. Un concentrato di foga, una scarica di adrenalina che oggi come oggi, in campo pop, nessuno avrebbe mai osato partorire. Nessuno tralle lei. Coraggiosa, questo va detto, e vincente. Voto: 9
– DONATELLA: omaggiare un’amica senza scivolare nell’inutile e gratuita celebrazione. Impresa riuscita. Perché Donatella è puro pop. Con tracce di Britney Spears e di una Gaga che si credeva persa. Singolo futuro a furor di popolo, con la ‘vera’ Versace coatta cubista che sgrilletta l’amica Germanotta. Fatelo e sarà pioggia di VMA. Voto: 8.5
– FASHION: e qui arrivò la prima traccia platealmente riempitiva. Partenza lanciata, prosieguo particolarmente spento, tra fastidiosa sensazione di già sentito e ditino che finisce con forza e rapidità sulla canzone successiva. Voto: 5
– MARY JANE HOLLAND: solo ad un primo ascolto legata in termini di inutilità al pezzo precedente, perché MJH è meno banale e più furba, più orecchiabile e rumorosa. Forse anche un po’ troppo. Ma si fa sentire. Voto: 6.5
– DOPE: dopo 12 canzoni di puro delirio, Gaga prende fiato e noi con lei. Pianoforte e voce, spezzata e stanca, sentita e con il passare dei secondi in grado di illuminarti. Perché come canta le Ballad la Germanotta, poche altre su piazza. La You and I di Artpop, nonché il terzo singolo promozionale, da oggi on line. – voto: 8.5

– GIPSY: e fu capolavoro. Al penultimo scatto di un album che vola sulle ali dell’entusiasmo. Gipsy è il capolavoro di questo disco. Una festa fatta canzone. Uno spettacolare party di 4 minuti. Che si evolve, trascina, esalta. Ripetitiva, questa è poco ma sicuro, ma martellante. Non ci sarà l’arte, ma il pop c’è tutto. Voto: 9.5
– APPLAUSE: il singolo di lancio. Sbagliato. Radiofonico, ma sbagliato. Non a caso chiude l’album, anche se è stato chiamato ad aprirne la sua Era. Da tempo digerito. E in questo caso cannibalizzato da buonaparte delle tracce precedenti. Voto: 7

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