Category Archives: Festa del Cinema di Roma

Il Re Leone 3D: Recensione in Anteprima

Il Re Leone 3D
Festival Internazionale del Film di Roma
Recensione pubblicata da ME su CINEBLOG.it
Uscita in Sala: 11 novembre

Una scommessa azzardata, che ha visto capitolare il box office americano. La riconversione in 3D de Il Re Leone, indimenticato classico del 1994, ha conquistato il cuore di milioni di americani, corsi in sala non tanto per la terza dimensione quanto per rivedere un cartoon che ha segnato intere generazioni. Tra i quali il sottoscritto, 17 anni fa per ben 4 volte spettatore pagante in un cinema della Capitale, per settimane preso d’assalto da centinaia di spettatori. D’altronde solo in Italia il cartoon incassò la bellezza di 50 miliardi di vecchie lire, cifre enorme per l’epoca, tanto da trasformarlo nel cartoon più visto di sempre sul suolo nazionale. Insieme a La Sirenetta e a La Bella e la Bestia, Il Re Leone contribuì, all’inizio degli anni 90, alla rinascita dei lungometraggi Disney, tornati a conquistare critica e pubblico dopo anni particolarmente poveri e spenti.

93 i milioni di dollari incassati in poche settimane da questo The Lion King 3D, per un titolo riuscito ad entrare nella Top10 dei maggiori incassi d’America, ovviamente inflazione esclusa. Battuto Toy Story 3, per una ’strategia’, quella di riportare in sala cult del passato con la ’scusa’ dell’occhialetto aggiuntivo, presto riadattata ad altri 4 cartoon Disney, ovvero La Bella e la Bestia, Nemo, Monsters & Co e La Sirenetta. Il rischio, palesemente concreto, è che il mercato della riconversione animata si ’saturi’, trasformandosi in una pericolosa e rischiosa prassi.

Anche se va detto che l’effetto nostalgia, nei confronti de Il Re Leone, ha funzionato. Tralasciando la bellezza del cartoon originale, capolavoro non solo animato e musicale ma di scrittura e di regia, la riconverzione in 3D voluta dalla Disney ha ridato forza ad un titolo già straordinariamente potente di suo, amplificandone la profondità e dando ancor più spessore a quei magnifici personaggi che ancora oggi, a 17 anni dalla loro ‘nascita’, riescono ad emozionare.

Oscar per la Migliore Colonna Sonora Originale e per la Miglior Canzone Originale, Il Re Leone è ancora oggi il film più venduto nel settore dell’home entertainment, dopo aver ispirato anche un musical per Broadway premiato con il Tony Award. Diventato un classico da subito, il film di Roger Allers e Rob Minkoff ha avuto l’onore e l’onere di inaugurare quest’inedita strategia hollywoodiana, tanto azzardata quanto riuscita e rischiosa. Perché dinanzi ad un’industria priva di idee e di coraggio, Il Re Leone spalanca le porte al ‘riciclaggio’ d’autore, facendo leva su quel passato talmente amato da resistere all’onta della ridistribuzione.

Il 3D migliora la storia. Viene inserito in un film come si fa con la colonna sonora, la cui funzione è quella di arricchire il film e di sottolinearne il contenuto emotivo. Avere la possibilità di rendere Il Re Leone in 3D, arricchendolo di profondità, aumenta senza dubbio la suggestione della storia ed esprime maggiormente la visione del filmmakers“. Così ha parlato Robert Neuman, stereografo del 3D del film, andato incontro ad una riconversione curata sequenza dopo sequenza. 60 gli esperti della terza dimensione ingaggiati dalla Disney per il delicato compito, incaricati di occuparsi di vari aspetti, fra cui la luce, il layout, gli effetti e il software, rielaborando con la massima accuratezza i file CAPS originali, per stabilire il grado di profondità necessaria a creare la tridimensionalità delle immagini. Quattro i mesi necessari per completare l’intera operazione, innegabilmente non esaltante, essendo comunque una riconversione di un film nato, pensato e realizzato per la bidimensionalità, ma paradossalmente sorprendente, nel ridare potenza e luce ad un titolo già di suo praticamente perfetto. Mai troppo ‘esplicitato’, il 3D di questo Re Leone entra nella storia con successo, regalando ulteriori e inedite prospettive a Simba e ai suoi compagni di avventure.

Approfittando dei sentimenti dello spettatore medio in casa Disney hanno così trovato il modo per far soldi, spendendo poco o nulla tanto in idee quanto in energie, piombando con sicurezza sull’usato di qualità, da spolpare fino al giorno in cui anche l’effetto nostalgia avrà esaurito tutte le proprie cartucce. Qui inaugurate da un primo colpo ad effetto, che ancora oggi, 17 anni dopo il primo ruggito, profuma di leggenda.

Voto Federico: 10 al cartoon originale / 7 alla riconversione 3D

Spetteguless al ‘rallentatore’: sono al Festival del Cinema

 

E Festival del Cinema fu. Come ogni anno, da 4 stagioni a questa parte, seguirò il Festival Internazionale del Cinema di Roma per Blogo, da circa 48 ore eletto ‘terzo polo informativo’ del web dopo LaRepubblica e IlCorriereDellaSera. Dalle 9 di mattina a mezzanotte inoltrata stazionerò all’Auditorium, tra proiezioni, conferenze stampa, aperitivi e centinaia di caffè. In soldoni,Spetteguless andrà incontro ad una settimana di aggiornamenti ridotti (senza dimenticare il mistero ‘impallamento’, che mi auguro sia passato e dimenticato). Quando avrò un briciolo di tempo tornerò ad occuparmi della mia creatura, possibilmente con qualche chicca fotografica e pettegolezzi vari dal red carpet, ma la ‘normalità’ farà la sua ricomparsa solo e soltanto dal prossimo 7 novembre, quando sarò nuovamente a casetta mia, in quel di Milano, davanti al mio amato Mac. Fino ad allora dovrete essere più pazienti, meno isterici e più collaborativi. In che modo? Segnalando tutto il segnalabile, scrivendo a questo indirizzo: dott.apocalypse@gmail.com.
Video, rumors, foto, gossip, news.
Qualsiasi cosa crediate possa interessare a me, al blog e ai lettori, fatemela conoscere, volendo anche tramite Facebook e Twitter. Perché di tempo per fare ‘ricerca’, come faccio tutti i giorni andando a spulciare il meglio e soprattutto il peggio della blogosfera, ne avrò poco, se non pochissimo. Detto ciò, buon Festival del Cinema a tutti.
E già che ci state, se proprio sentirete la mia mancanza (….) seguitemi anche su Cineblog.

P.S. primo shock dal red carpet. Emile Hirsch è un cazzo di NANO!

Tornano i Planet Funk con These Boots Are Made for Walkin’: video ufficiale

In Concorso al Festival del Cinema di Roma, che il qui presente seguirà per Cineblog, La Kryptonite nella Borsa segnerà l’esordio alla regia di Ivan Cotroneo, apprezzato sceneggiatore televisivo e cinematografico. Per la colonna sonora della pellicola Cotroneo ha voluto loro, i Planet Funk, rinati negli ultimi mesi dopo la ‘pausa’ di vendite di questi ultimi anni e ora pronti a tornare con la cover di una canzone che tutti voi avrete ascoltato almeno una volta: These Boots Are Made for Walkin’. Portato al successo da Nancy Sinatra nel 1966, il pezzo si fa ‘vedere’ quest’oggi attraverso il video ufficiale, girato dallo stesso Cortoneo, per quello che il sottoscritto ritiene un graditissimo ritorno. Quello dei Planet Funk.

La MODELLA Sveva Alviti GAY al Festival Internazionale del Film di Roma 2010

 E almeno questa, a Silvio, non je la darà MAI!

Grande Sveva.

Arietty – Recensione in Anteprima

Festival Internazionale del Film di Roma 2010
Arietty
Recensione in Anteprima

Due anni dopo lo splendido Ponyo lo studio Ghibli torna al lungometraggio animato con Arietty, film scritto e prodotto dal maestro Hayao Miyazaki e diretto dal giovane Hiromasa Yonebayashi, già animatore de La città incantata. Presentato oggi al Festival Internazionale del Film di Roma, Arietty conferma l’unicità del celebre studio d’animazione giapponese, capace da decenni ormai di coniugare poesia e magia, attraverso storie semplici ma visionarie, in cui sentimenti e avventura si incrociano continuamente.

The Borrower Arrietty (Karigurashi no Arrietty), tratto dai racconti dell’autrice inglese Mary Norton “The Borrowers”, pubblicati a partire dagli anni ‘50 e già arrivati al cinema nel 1997 con il titolo I rubacchiotti, vola sulle ali della fantasia grazie ad un’animazione impeccabile, fatta di disegni artigianali, a mano, con colori pastello che per 90 minuti annientano la CG tanto di voga negli ultimi anni. Rimasto per 40 anni nel cassetto di Miyazaki, l’adattamento dei Rubacchiotti in versione Ghibli approda ora finalmente in sala (con 110 milioni di dollari incassati solo in Giappone), conquistando ma senza raggiungere i livelli toccati dagli ultimi capolavori firmati Miyazaki, perché purtroppo, o per fortuna, di Maestro ce n’è uno e uno solo

Traslocando la storia dall’Inghilterra degli anni 50 al Giappone di oggi, il 36 enne Yonebayashi ci porta sotto il pavimento della cucina di una vecchia casa, dove vive una famiglia di persone minuscole. Ad abitare la piccola ma accogliente dimora Arietty, 14 enne alta un pollice, l’apprensiva e ansiosa madre e il saggio e coraggioso padre. Per procurarsi da vivere Arietty e i suoi genitori ‘rubano’ agli umani. Da sempre, da generazioni, portano avanti quotidianamente la loro vita di ‘rubacchiotti’, facendo attenzione a non farsi mai scoprire. Fino a quando nella vecchia casa non arriva un adolescente, malato, che scopre Arietty, mettendo a repentaglio la sua incolumità e quella di tutta la famiglia.

Una storia d’amicizia, praticamente impossibile, di speranza e di coraggio. Affidandosi alle splendide musiche della francese Cécile Corbel, Hiromasa Yonebayashi ufficializza un ‘domani’ per lo studio Ghibli, considerando l’età avanzata non solo di Miyazaki ma anche di Takahata, attraverso questo promettente Arietty, delizioso lungometraggio animato fatto di lunghi silenzi ed onomatopeico nel dar voce alla natura, agli animali, agli oggetti. In un mondo lillipussiano in cui gli umani sono il ‘pericolo numero uno’, Arietty vede per la prima volta con i propri occhi quel gigantesco universo che aveva sempre sognato, attraverso un ‘viaggio’ quasi a tinte thriller, cupo e misterioso, con una piccola torcia chiamata ad illuminare percorsi impensabili, con chiodi utilizzati come gradini e e pezzi di scotch usati per scalare mobili alti quanto grattacieli.

Concentrandosi sulla splendida amicizia nata tra due adolescenti, così simili ma al tempo stesso così diversi, Yonebayashi si perde a tratti nel seguire l’evoluzione della storia, con il padre di Arietty che in uno dei momenti topici semplicemente sparisce, per poi concedersi un finale coraggioso e inatteso, a conclusione di un titolo che inizialmente conquista, per poi rallentare nella fase centrale e recuperare in quella finale, facendosi però ammirare grazie a quel ‘tocco Ghibli’ che è ormai garanzia di qualità.

Voto: 7

Yves Saint Laurent – L’Amour Fou affascina il Festival del Cinema


Due anni dopo l’applaudito ed apprezzato The Last Emperor, dedicato al nostro Valentino, ecco arrivare un altro documentario con protagonista uno degli stilisti più amati ed influenti degli ultimi 50 anni, Yves Saint Laurent.

Diretto da Pierre Thoretton, Yves Saint Laurent – L’Amour Fou, approdato oggi al Festival Internazionale del Film di Roma, sorprende perché assolutamente inusuale nel raccontare la leggendaria figura del compianto stilista francese. Quella portata in sala da Thoretton è una dolce fotografia che riprende mezzo secolo di ininterrotta attività, concentrandosi non sullo ’stilista’, bensì sull’artista Yves Saint Laurent.

Raccontato attraverso gli occhi innamorati di Pierre Bergé, compagno di una vita e socio d’affati di Saint Laurent, L’Amour Fou ci mostra le debolezze, le paure e la solitudine di Yves, erede di Dior ed apprezzato stilista dall’età di 20 anni, quando conobbe Bergé, presentandoci un personaggio timido, riservato, educato ed innamorato della bellezza, racchiusa nella sua strabordante casa museo, ricca di quadri, statue ed opere d’arte provenienti da ogni parte del mondo. Oggetti messi all’asta da Pierre Bergé, una volta morto Saint Laurent, in quella che lo scorso anno è stata ribattezzata la ‘collezione del secolo’, con 733 pezzi battuti per circa 310 milioni di euro.

Pierre Thoretton ci porta per mano tra i ricordi di Yves, concentrando la propria attenzione sulla ‘bellezza’ che continuamente lo circondava, attraverso i racconti di Pierre Bergé, amore di un’intera esistenza, sempre al suo fianco, tra litigi ed incomprensioni, tra rehab e successi. La gloria è stata la sua rovina, ricorda un emozionato Pierre, figura chiave per il movimento glbtq francese degli ultimi 20 anni ed autentico punto di riferimento per Saint Laurent. Conosciutisi nel 58, ad una cena, non si sono praticamente mai separati, a parte brevi momenti di crisi, amandosi e rispettandosi per mezzo secolo.

Andando ‘oltre’ il semplice documentario commemorativo, Thoretton realizza un vero e proprio film, particolarmente scarno, delicato, silenzioso e malinconico, come colui che va a omaggiare e ricordare, attraverso un commovente inizio, in cui vediamo un anziano Yves Saint Laurent che, dopo 50 anni di trionfi, dice addio al mondo della moda, perché ormai in mano a ‘commercianti’, per poi trovarcelo in una bara, al suo funerale, a cui partecipò incredula la Francia intera. Perché con la morte di Yves Saint Laurent, dice con forza Thoretton, il mondo non ha perso solo uno ’stilista’, ma un pezzo di 900.

Voto: 7+

Waiting For Superman – Recensione in Anteprima

Festival Internazionale del Film di Roma 2010
Waiting For Superman
Recensione in Anteprima

Dopo essersi occupato con successo dell’ambiente, con il documentario Premio Oscar Una Scomoda Verità, Davis Guggenheim porta in sala un altro autentico disastro, tutto americano, ovvero l’incredibile educazione pubblica degli Stati Uniti d’America, con Waiting for Superman. Tutte le mattine milioni di genitori portano a scuola i propri figli, con la consapevolezza di bruciare il loro futuro, a causa di un’istruzione scadente, certificata, da cui a quanto pare è impossibile scappare.

Aspettando un temerario supereroe in grado di risolvere il problema, anno dopo anno la situazione diventa sempre più drammatica, con promesse mai mantenute, miliardi di dollari sprecati, riforme annunciate e mai concretizzate ed una vera e propria lotteria pubblica che ha il potere di segnare il futuro di milioni di bambini. Perché solo chi ha i soldi può permettersi un’istruzione decente. Per tutti gli altri c’è la scuola pubblica, ed un domani praticamente rovinato…

Cosa succede a quei bambini che non hanno scelta, tra scuola pubblica e privata? Che tipo di istruzione ricevono? Come si sentiranno tutti quei genitori consapevoli della pessima istruzione ricevuta dai figli ma impossibilitati a fare altro? Cosa fare per provare a risolvere il problema? Domande che Davis Guggenheim è tornato a farsi a 10 anni da The First Year, suo primo documentario in cui raccontò l’esperienza di cinque insegnanti del primo anno in alcune delle scuole più difficili d’America. Un decennio dopo, con un Oscar in più sul comodino e dei figli mandati alla scuola privata, Guggenheim disegna un quadro scioccante ed avvilente, un’altra scomodissima verità sul vergognoso stato in cui versa l’educazione pubblica americana, snocciolando numeri e statistiche, alternando le esperienze vissute sulla propria pelle da alcuni bambini, inermi dinanzi al loro futuro, per certi versi già scritto, alle proposte innovative di chi tenta di risolvere il problema. E’ a loro che Guggenheim affida la parte più emotiva del documentario, intenso, trascinante e capace di oscillare sapientemente tra storia e statistica, puntando il dito contro chi per decenni ha contribuito ad affossare quello che fino agli anni 70 era considerata la miglior scuola del mondo.

A finire sotto la lente del regista ci sono i sindacati, da anni attaccati con le unghie e con i denti ad uno scellerato contratto nazionale che rende quasi impossibile il licenziamento di un insegnante. In media un docente su 25,000 viene licenziato negli Stati Uniti d’America, offrendo così loro la possibilità di decidere se svolgere il proprio lavoro, ovvero istruire, oppure no. In entrambi i casi non potranno essere cacciati, con i presidi scolastici costretti a dar vita al ‘valzer dei limoni’, spostando le mele marce da un istituto all’altro, sperando che a fine ballo il ‘limone’ arrivato da un’altra scuola non sia peggiore rispetto al precedente, finalmente fatto andare via dopo un anno di ’sopportazione’. Un contratto che non ha eguali, con migliaia di professori scadenti che non istruiscono milioni di bambini, facendo così crollare il livello d’istruzione nazionale. Chi arriva al primo anno del liceo ha talmente tante lacune da mollare al 2° anno, con 40,000 studenti su 60,000 mai arrivati al diploma, in uno dei licei pubblici più malfamati e frequentati di Los Angeles.

Mandare a scuola il proprio figlio significa fare un atto di fede ogni mattina, ricorda uno dei genitori intervistati e seguiti da Guggenheim, con le poche ed ambitissime scuole ‘charter’, sempre pubbliche ma con livelli qualitativi simili a quelle private, costrette a dover montare delle autentiche lotterie. Dinanzi alle troppe richieste d’ingresso, infatti, si estrae a sorte. Se il bussolotto contenente il tuo numero esce, sei ammesso, in caso contrario, respinto. Diventa così la fortuna a decidere il futuro di milioni di bambini americani, attaccati con forza ad un numeretto, stretto tra le mani, che con il pugno chiuso nascondono dita incrociate. Saggiamente Guggenheim non si limita ad attaccare, ma propone alternative, già esistenti, che stanno dando incredibili segnali di miglioramento nel campo dell’apprendimento, per dire basta agli insegnanti scansafatiche, per dire basta alle oltre 2000 ‘fabbriche di ritiri scolastici’, presenti sul territorio nazionale, per dire basta a chi crede che sia il degrado del quartiere a generare una scuola degradata, e non il contrario, per dire basta al Governo, che spende in media più denaro per mantenere un detenuto in carcere rispetto a quanto ne avrebbe speso se avesse seguito il suo intero percorso educativo in una scuola privata.

Ci sono strade per risolvere una situazione così drammatica, ricorda Guggenheim agli americani, ma vanno intraprese in prima persona, perché una buona istruzione significa dare un futuro ai propri figli e alla Nazione tutta. Ma bisogna agire, subito, prima che sia troppo tardi. Per riuscirci il regista monta un documentario denso di contenuti, dati e storie, seminando talmente bene da raccogliere impensabili ed indicibili emozioni, soprattutto attraverso uno dei finali più drammatici, perché maledettamente vero, che il cinema moderno ricordi.

Voto: 8,5

Con Kill Me Please abbiamo trovato un vincitore al Festival di Roma?

Kill Me Please
E il 6° giorno arrivò il favorito. Sorpresa belga al Festival Internazionale del film di Roma 2010, con il grottesco Kill Me Please pronto a far suo quel Marc’Aurelio d’Oro lo scorso anno finito tra le mani del danese Brotherhood. A contenderglielo, in quella che secondo il sottoscritto sarà una guerra a due, e all’ultimo voto, Susanne Bier e il suo applaudito In a Better World.

Grottesco, cinico e maledettamente divertente, il film di Olias Barco si permette di ‘ridere’ della morte, andando oltre la tanto discussa eutanasia per portare in sala una clinica del suicidio. Aiutato da un fantastico bianco e nero, con una fotografia sporca, sgranata e sfocata, Barco smonta letteralmente il tabù della morte, raccontando l’incredibile storia del ‘particolare’ Dottor Kruger, a capo di una clinica praticamente ’segreta’, rintracciabile solo attraverso internet, sperduta in mezzo alle innevate montagne belghe e odiata dai cittadini del paese vicino ma incredibilmente sovvenzionata dal Governo. Perché il suicidio allo Stato costa. Quanto? Secondo uno studio canadese 850,000 dollari, da moltiplicare per un milione di suicidi l’anno, in tutto il mondo. Da qui l’idea di fondare un centro che offra assistenza a chi ha deciso di farla finita una volta per tutte. Perché un giorno sulla Costituzione, come ricorda sognante il Dottor Kruger, anche il diritto alla morte sarà presente. La sua clinica non dona pace eterna, ma studia gli impulsi che spingono all’autodistruzione, per poi provare a dominarli, lasciandosi un’ultima strada in caso di sconfitta, ovvero una morte assistita, con dignità…

Coraggioso, ironico e straordinariamente politicamente scorretto, Kill Me Please è indubbamente, almeno per chi scrive, il miglior film in Concorso visto fino ad oggi in questa V° edizione del Festival romano. Riempendo la pellicola di personaggi folli, di pazienti disturbati pronti a pagare migliaia di euro per farsi ‘uccidere’, con tanto di ultimo desiderio, Olias Barco affascina, diverte e alimenta discussioni, trattando una storia che non è neanche così fuori dal mondo, visto che in Svizzera esiste realmente una clinica simile, con quasi mille suicidi organizzati negli ultimi 12 anni.

Kill Me Please è un film volutamente provocatorio, narrando con cinismo, indubbia originalità e senza freni inibitori un tema scottante e d’attualità, ‘affidato’ ad un medico sull’orlo di una crisi di nervi e ad una banda di pazienti afflitti dai disturbi più deliranti: dal comico celebre che finge di avere il cancro per convincere il dottore a farlo morire passando per il giocatore d’azzardo che ha perso la moglie sul tavolo da poker, fino al cabarettista transessuale senza più voce e alla ragazza che dall’età di 5 anni è costretta a farsi una puntura al giorno per non morire soffocata, per un totale di 15000 punture , a cui lei è allergica, con relativi segni lasciati sulle pelle. Questa è vita?, si chiede. Esausta decide di morire, ma senza avere il coraggio di compiere l’ultimo passo. E qui subentra la clinica del Dottor Kruger, se non fosse che gli abitanti del villaggio vicino iniziano ben presto a stancarsi di quella chiacchierata “fabbica della morte”…

Senza farci sapere praticamente nulla, sulla storia della clinica, sulla vita privata del dottor Kruger, su cosa stia nascondendo, sull’impatto mediatico suscitato dall’esistenza della clinica stessa, sul misterioso incidente che in piena notte crea il panico, sul perché sul posto stia indagando una finanziera, sul villaggio vicino, sul costo della ‘morte’ e sul passato di quasi tutti i pazienti, Olias Barco riesce comunque a convincere, grazie ad una commedia nera irresistibilmente affascinante ed originale, tanto da meritare di vincere questo Festival. Susanne Bier permettendo…

Voto: 7,5

Rabbit Hole – Recensione in Anteprima

Festival Internazionale del Film di Roma 2010
Rabbit Hole
Recensione in Anteprima
Il dolore per un lutto e la sua complessa elaborazione tornano ad interessare Hollywood con Rabbit Hole. Nel film di John Cameron Mitchell sono Nicole Kidman, qui in veste anche di produttrice, e Aaron Eckhart a dover affrontare con forza la perdita di un figlio, provando a reagire.

Adattato da una piéce teatrale del premio Pulitzer David Lindsay-Abaire, qui anche in cabina di sceneggiatura, Rabbit Hole conferma le doti registiche dell’indipendente e solitamente provocatorio Mitchell, in passato visto in cabina di regia con il pluripremiato Hedwig – La diva con qualcosa in più e con il trasgressivo e sottovalutato Shortbus – Dove tutto è permesso, e rilancia la carriera della Kidman, ultimamente affondata dinanzi a scelte filmiche opinabili e a prove d’attrice ben lontane dagli standard a cui ci aveva abituato.

La vita di una coppia felice, rivoluzionata dalla morte del figlio di 4 anni. Partendo da queste premesse il giovane Mitchell ha costruito il suo dramma intimo e familiare, elaborando probabilmente anche un lutto privato, avendo dovuto sopportare, da adolescente, il peso della morte del fratellino più piccolo.

Se a teatro era stata Cynthia Nixon ad intepretare la parte della madre distrutta dal dolore, incapace di reagire e prepotente nei confronti del marito, in sala il compito è toccato alla Kidman, desiderosa di trasformare la premiata pièce in un film, che evitasse magari di ricalcare i soliti cliché già visti nell’affrontare un tema simile, ovviamente anche qui in parte riproposti. Da qui la scelta di affidarsi all’indipendente John Cameron Mitchell, che convince però solo a tratti, soprattutto nel costruire e giustificare malamente l’intreccio che vede protagonisti Nicole Kidman e un inizialmente misterioso ragazzo, oltre ai vari tentennamenti ‘ormonali’ di un intenso, potente e drammatico Aaron Eckhart.

Se l’alchimia tra i due è sorprendentemente notevole, con un paio di scene in cui si lasciano andare da strappare applausi, ed una terza presenza, quella di un’intensa Dianne West, che non fa altro che aggiungere ulteriore qualità, l’opera nel suo complesso si fa ammirare grazie ad una delicatezza registica che solo a tratti viene indebolita da una sceneggiatura non impeccabile, un po’ troppo ambigua, teatrale e precipitosa, su cui domina incontrastata la bravura finalmente ritrovata di una Nicole Kidman da Oscar.

Impegnato, impegnativo, potente ma imperfetto.

Voto: 6,5

The Social Network – Recensione in Anteprima

Festival Internazionale del Film di Roma 2010
The Social Network
Recensione in Anteprima
Uscita in Sala: 12 novembre

 
Fischi all’inizio, applausi scroscianti a fine proiezione. Fischi dovuti all’incredibile scelta di proiettare The Social Network doppiato in italiano, ad un “Festival del Cinema”, applausi esplosi dopo due ore di Cinema con la C maiuscola. Perchè questo è The Social Network, è la Hollywood che osa, che sa raccontare storie, che tiene lo spettatore incollato alla poltrona per 120 minuti, riuscendo ad appassionare raccontando la nascita del social network più famoso del mondo. Sembrava impossibile eppure David Fincher è riuscito nell’impresa, realizzando quello che molti critici americani, a ragione, hanno definito il più bel film dell’anno.

A dare forza alla pellicola di Fincher una sceneggiatura da Premio Oscar certificato e praticamente già assegnato, ad opera di Aaron Sorkin, con dialoghi taglienti, inteligenti, mai banali, potenti ed ironici, capaci di mettere sul piatto della bilancia i vari punti di vista dei protagonisti, senza mai prendere realmente posizione, interpretati da un cast sorprendente, con due stelle nascenti su tutte, ovvero un bravissimo Jesse Eisenberg ed uno straordinario Andrew Garfield.

Il miglior film di David Fincher da 11 anni a questa parte, la miglior sceneggiatura dell’anno, e forse sì, la migliore pellicola. The Social Network è quanto di più inusuale ci si possa attendere da una major hollywoodiana come la Sony, pronta ora a raccoglierne i frutti. Tralasciando la veridicità dei fatti raccontati, mai del tutto accertati ed ancora oggi avvolti da mistero e smentite più o meno varie, il film di Fincher racconta la già leggendaria nascita di Facebook, partendo dal presunto motivo che portò Mark Zuckerberg alla sua creazione, ovvero una storia sentimentale andata in fumo. Da quella notte di sbronze il giovane, solitario e poco socievole Zuckerberg partorì l’idea del network che in pochi anni ha cambiato il modo di socializzare attraverso la rete, coinvolgendo centinaia di milioni di persone e dando vita ad un vero e proprio impero economico.

Ma a chi venne l’idea di Facebook, chi lo ideò e finanziò, Mark Zuckerberg, il suo amico di sempre, Eduardo Saverin, o i due gemelli Winklevoss? Dando alla storia uno scheletro da legal-thriller, Fincher ripercorre le vincende che portarono i 4 ragazzi in tribunale, svelandoci passo dopo passo i momenti chiave dell’intera vicenda, fino ad arrivare ai vari assegni strappati da Zuckerberg per ’sistemare’ le cose una volta per tutte. A funzionare in The Social Network è proprio la struttura pensata da regista e sceneggiatore, la serie di intrecci che senza un attimo di tregua incalzano lo spettatore, trascinato dalla più brillante sceneggiatura degli ultimi anni, infarcita di battute pazzesche, da una colonna sonora capace di creare ansia e tensione,  e da un cast di giovani attori che sorprende.

Se Jesse Eisenberg è straordinario nel vestire i panni di un Mark Zuckerberg che “non è stronzo ma che fa di tutto per sembrare stronzo”, ambiguo, cupo, solitario, schietto, cinico ma al tempo stesso fragile, Andrew Garfield è fantastico in quelli dell’amico di una vita, Eduardo Saverin, conquistato e affascinato dall’idea rivoluzionaria di Mark per poi essere tradito dalla sua stessa creatura. A completare il già notevole quadro un Justin Timberlake che sempre più si avvicina al mondo del cinema, migliorando pellicola dopo pellicola, e i due ‘gemelli’ Armie Hammer e Joshua Pence, credibili nella loro aristocratica potenza muscolare e pseudo intellettuale.

Teso come una corda di violino, The Social Network riesce a dar voce ai vari protatonisti della ‘celebre vicenda’, lasciando lo spettatore con l’interrogativo più grande, ovvero quel “cosa è accaduto realmente?” che probabilmente nessuno  scoprirà mai. Navigando con forza tra rivalità, amicizie, club esclusivi, complotti e bugie, Fincher non realizza soltanto ‘un film su Facebook’ ma un fantastico affresco sociale, sulle relazioni che oggi regolano il mondo, reale e non, e sulla solitudine che lo affligge, tra condivisioni e apprezzamenti, sfiorando la perfezione.

Voto: 9

Dylan Dog: ufficializzata la data d’uscita e primi 20 minuti in anteprima mondiale – ecco il resoconto

Trick-or-Treat? Halloween particolarmente atteso al Festival Internazionale del Film di Roma, con una mezzanotte scandita dall’anteprima mondiale di Dylan Dog. 20 minuti di film, in realtà, che non hanno fatto altro se non aumentare le perplessità nei confronti della temuta trasposizione cinematografica made in Hollywood del celebre fumetto ideato nel 1986 da Tiziano Sclavi. Un dolce scherzetto? No, purtroppo una dura realtà.


Presentata dal “capo” Moviemax Guglielmo Marchetti, che ancor prima di iniziare ha voluto sottolineare l’esordio al box office americano di Saw 3D (made in Moviemax per il mercato italiano), etichettando i 25 milioni di dollari incassati come “da record” (ma record de che), l’anteprima mondiale dei primi 20 minuti di Dylan Dog è stata anticipata da una chicca inattesa, ovvero l’ufficializzazione dell’uscita italiana. Quando vedremo Dylan Dog al cinema? Il 18 marzo del 2011, ovvero prima di tutti gli altri (perché ci mancava solo che da noi uscisse in ritardo rispetto al resto del mondo) . Concluse le doverose ‘marchette’ del Marchetti, le luci in sala si sono spente, mostrando agli eccitati presenti ciò che per 24 anni milioni di fan hanno atteso …


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