#TVOI – promossi e bocciati per #TheVoiceofItaly

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Un lancio durato settimane, per un programma che in America sbanca ripetutamente l’auditel.
The Voice è finalmente diventato realtà anche in Italia, grazie ad una prima puntata, quella andata in onda ieri sera, imperfetta ma promettente.
Ed è da qui, dalle imperfezioni, che partirei immediatamente:

Fabio Troiano. Qualcuno riuscirà a spiegarci il suo ruolo? Cazzeggiare inutilmente dietro le quinte con i parenti dei cantanti che non te se cagano di pezza è ridicolo (e sticazzi se anche negli States funziona allo stesso modo). Pagato per fare i trenini? Ma non scherziamo. Inutile e dimenticato, Troiano merita una collocazione più pensata e ragionevole. Persino Belen e il figlio di Walter Chiari sono più presenti ad Italia’s Got Talent. E ho detto tutto.
il ritmo. Essendo stata registrata settimane fa, questa prima puntata poteva e doveva andare incontro ad un montaggio più dinamico, serrato, teso, accattivante. Troppo lungo il programma, troppo stancante in alcuni punti, anche perché ripetitivo, e soprattutto troppo ‘accompagnato’ dai 4 giudici, a dir poco sfiancanti nel dover sempre giustificare una mancata promozione.
Riccardo Cocciante e in parte Noemi. Sono loro due i punti deboli della prima puntata. Se il nano ricciolone non ha tipo capito le dinamiche del gioco per circa 30 minuti (poi gli hanno forse spiegato che doveva premere il pulsante), anche durante il resto del programma non ha mai fatto faville, mostrandosi quasi annoiato, spaesato, per non dire incazzato ed umiliato, dai tanti, troppi concorrenti che lo hanno sonoramente sfanculato scegliendo altri. Anche da Noemi, in realtà molto televisiva e alla mano (pure troppo), ci si aspettava qualcosa di più. Certo non siamo ai livelli della totale incomunicabilità di Arisa, ma dalla Regina della Tiburtina era lecito attendersi altro. Che si trovi dal kebabbato sotto casa o su Rai 2 in prima serata per Noemi NON CAMBIA nulla. Pro e contro.
alcune incredibili scelte mancate da parte dei giudici. La figuraccia fatta da TUTTI nei confronti del ragazzo di Roma che sembrava fosse una ‘donna’ è stata imbarazzante. Imbarazzante dal punto di vista tecnico, perché anche se femminile quel timbro di voce avrebbe meritato di passare il turno, ma soprattutto imbarazzante dal punto di vista delle motivazioni sbandierate dai 4 giudici una volta scoperta la ‘natura’ del cantante. Umiliato, per non dire deriso, quasi da tutti, con Piero Pelù in prima fila nel raccattare figure di merda.

Il format The Voice però spigne, e questo lo sapevamo già. Piace, funziona, è accattivante, grazie anche ad una serie di provini nettamente superiori alla media dei talent tv tricolori. Di belle voci se ne sono sentite tante, forse persino troppe, facendo probabilmente rosicare qualche lontano concorrente. Spaventoso il numero di romani presentatisi sul palco, così come l’apparente numero di ‘parrocchiane’, al grido The Voice of Lelle. Se lo studio è una meraviglia (voglio la sedia rotante per la scrivania e la mano gigante con microfono nel cesso), a trascinare il carrozzone ci hanno pensato le due vere punte di diamante del programma, ovvero il folle Pelù e la leggendaria Raffaella. Una Carrà così a tremila, va detto, non la si vedeva da tempo. Sadomaso, leather, settantenne ma fisicamente in forma, dalle mille facce e mille rughe, pronta a coreografare e a canticchiare qualsiasi cosa e quasi obbligata ad alzarsi ogni 48 secondi per tenere a bada le vene varicose, la Raffa ha dispensato una buona parola per tutti. Pure troppe, va detto. Perché il buonismo ha imperversato in lungo e largo, tra abbracci, complimenti e frasi di circostanza da seminare alla chiunque, bocciati compresi. Ora, non dico che lo scannamento alla ‘sei falsa Simona cazzo’ sia la strada da dover percorrere, ma l’essere un po’ meno catechisti e un po’ più stronzi (anche perché nella vita ‘reale’ una porta sbattuta in faccia raramente viene accompagnata da carezze e buffetti) aiuterebbe sicuramente a mantenere intatta l’attenzione sul programma. Detto ciò, a me, The Voice, piace.

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